• Libra Adri

Voglio tutto.



Mi trovo ad essere intransigente quando la donna non vuole rinunciare a nulla, vuole una famiglia ma anche un lavoro gratificante, vuole dei figli ma non ha il tempo per crescerli, vuole l’indipendenza economica e vuole anche la libertà di rifiutare talune funzioni: cucinare, stirare e rassettare.

VOGLIO tutto, me lo merito, ho sgobbato sui libri, ho rintuzzato il razzismo maschilista, ho sudato per far valere i miei meriti, valgo quanto un uomo e a volte molto più di loro, non accetto di essere messa in un angolo solo perché sono donna.

Questo ed altro ancora è quello che afferma una donna, spesso laureata, mantenuta dalla famiglia di origine agli studi anche con sacrifici.

Queste tematiche possono essere affrontate una per una, non globalmente.

L’altra faccia della medaglia è costituita dalla casalinga che viene definita “relegata in casa” quasi fosse agli arresti domiciliari, mentre la donna che lavora fuori casa è il più delle volte considerata una “donna in carriera” che pensa solo al suo lavoro e abbandona casa, figli e la cucina in mano ad altri; questo ha causato la nascita di una guerra dichiarata fra le due categorie di donne.



É vero che nel loro immaginario, la maggior parte degli uomini pensa che il posto ideale delle donne sia la casa, crescere ed accudire i figli, tenere insieme la famiglia e svolgere funzioni domestiche. Sono funzioni che mal si addicono ad un uomo fosse solo perché non hanno la sufficiente sensibilità per farlo. Per una donna non vi è nulla di sbagliato in una simile scelta se di scelta consapevole si è trattato e non se la donna si sente intrappolata in questa veste che le va stretta. Prima o poi arriverà ad odiare la sua condizione oppure trovare soddisfacente ed edificante il lavoro che svolge per se e la sua famiglia.

I giornali sono stracolmi di articoli di giornaliste che, spesso apertamente di parte, trattano questo argomento, soffiano sul fuoco dell’insoddisfazione di molte, attizzano i rancori repressi delle donne italiane che non sono soddisfatte del loro status, la lotta fra le due fazioni è senza esclusione di colpi, i pregiudizi delle donne che lavorano fuori casa si esprimono apertamente con epiteti dispregiativi fino all’insulto, le donne in casa non capiscono la ragione di tanto disprezzo e ricambiano con altrettanta asprezza perché molte sono le mancanze nella cura delle famiglie effettivamente imputabili alle donne in carriera.

Sembra non ci sia soluzione, nessuna delle due parti vuole ascoltare le ragioni o le motivazioni delle altre, perché ognuna è sicura di essere nel giusto, l’atmosfera si ė ancor più inasprita poiché molte donne hanno perso il lavoro e temono di non poter rientrare in quel mondo che tanto amano.



Questi concetti li ho sviscerati più volte affrontandoli da diversi punti di vista, ma tutta una categoria di donne non vuole recepirlo, in special modo quelle che hanno raggiunto i loro obiettivi ed avrebbero tutto da perdere a fare qualche piccola concessione al partner, alla famiglia, a fare la loro parte nei lavori di casa, perché non sempre ci si può permettere una colf tutto fare.

L’italiano medio non ha ancora accettato il messaggio che sempre più spesso persone preparate ed al di sopra di ogni sospetto, vanno dichiarando da tempo, in Italia il mondo del lavoro è cambiato e cosa principale non esiste lavoro per tutti, non c’è mai stato, è il momento per le donne di farsi valere senza favoritismi, senza scappatoie dialettiche e non per l’avvilente legge delle “quote rosa” che rende odioso il loro inserimento nel mondo del lavoro, al di la del merito.

Il problema di base è che solo una parte delle donne trovano lavoro, le altre rimangono al “palo” in attesa e la loro frustrazione aumenta, perché sentono arrivare le nuove leve che spingono e che di sicuro non faranno pacificamente la fila aspettando il loro turno.

A volte lo dicono anche apertamente, che ci sono tanti uomini che lavorano mediocremente, mentre loro si sentono più preparate e più qualificate…. hanno paura che se non troveranno a breve un lavoro verranno “relegate in casa” come quelle povere disgraziate che tanto disprezzano, quelle che considerano sub-umane perché hanno fatto scelte diverse dalle loro, perché hanno paura di dover fare le stesse cose delle odiate nemiche: badare alla casa, fare la spesa, stirare, cucinare -che orrore- meglio un lavoro a tempo determinato, appena lo trovano!

L’unica ed estrema soluzione che lo Stato ha trovato per dare lavoro a milioni di donne è stato il pubblico impiego, un bacino che si riteneva inesauribile, ma che con l’innalzamento dell’età pensionabile, ha raggiunto un affollamento inaccettabile ed una spesa insostenibile per lo Stato.



Osservando questo panorama da un diverso punto di vista abbiamo un datore di lavoro che a parità di meriti, titoli di studio, capacità lavorativa, assumerà un uomo piuttosto che una donna. Quelle che un tempo furono sacrosante agevolazioni per le donne, si stanno dimostrando un boomerang contro di loro.

Oggi un datore di lavoro considera l’assunzione di una donna un peso economico insostenibile, proprio a causa dei vantaggi che quest’ultima ha ottenuto per legge.

La mia amica Patrizia, terminata la licenza post-parto tornò al lavoro, il datore di lavoro, amico di famiglia, le disse subito che era felicissimo di vederla tornare alla sua scrivania, ma la informava che non avrebbe potuto accettare ulteriori assenze per permessi, allattamento od altro. Non si poteva permettere di assumere un’altra impiegata per coprire eventuali assenze e non poteva mandare a rotoli la sua piccola ditta perché la sua impiegata aveva necessità di assentarsi. La mia amica, sapendo di non poter mantenere la promessa di non assentarsi, si licenziò e crebbe le sue due splendide bambine. Forse un caso unico di responsabilità sia verso il datore di lavoro, sia verso la sua famiglia. Allevare un figlio e preservare la vita stessa della famiglia richiede che qualcuno vi si dedichi anche con sacrificio… ma questo è un altro discorso che merita ed ho affrontato in maniera più ampia.

Anche le casalinghe -uso questo termine inappropriato per brevità- non sono felici del loro status; un lavoratore che svolge il lavoro di badante, colf, baby-sitter, cuoco riceve uno stipendio e viene considerato un professionista; non è considerata tale la casalinga che svolge per la famiglia gli stessi compiti lavorando tutto il giorno senza nessun riconoscimento, a parte quello del marito -se non è uno stupido- mentre loro si considerano delle lavoratrici qualificate che svolgono con professionalità i loro compiti ma senza un tangibile riscontro economico e quindi senza diritto alla pensione.

Questo è il motivo per cui le casalinghe, pur soddisfatte delle loro scelte, a volte si sentono frustrate e declassate a lavoratrici di serie B.



Bisogna aggiungere, per amore della verità, che un tempo la donna lavoratrice, aveva uno stipendio inferiore a quello di un uomo, in parte perché si riteneva che le donne non fossero fisicamente in grado di svolgere la stessa mole di lavoro di un uomo, in parte proprio per compensare le assenze che avrebbero inevitabilmente accumulato in permessi per le future gravidanze, l’allattamento ed assistenza del bimbo.

Con l’emancipazione, la donna mantenendo i suoi privilegi ed agevolazioni, non ha più accettato, di prendere uno stipendio inferiore ma ha preteso ed ottenuto permessi straordinari, part-time che si protraggono per molti anni dopo la nascita del bimbo, in una parola vuole tutto.

Quando le donne si sono rese conto che avevano ottenuto tutte le agevolazioni lavorative possibili e non potevano chiedere altro, hanno spinto perché si legiferasse per concedere anche agli uomini gli stessi permessi, in parte retribuiti, per assistere il figlio neonato o malato. Le indagini hanno però evidenziato che solo un uomo su dieci usufruisce di questi benefici, non si capisce bene se non vogliono la responsabilità o non si sentono all’altezza o rifiutano questo compito per cui non si sentono naturalmente portati.



A mio avviso esiste una sola alternativa a questo stallo: la donna può e deve crearsi il proprio spazio lavorativo, artistico, artigianale e creativo.

Troppe attività di servizi, pulizie e catering, ritenute poco qualificanti benché molto remunerative, sono state abbandonate agli extra-comunitari o alle donne dell’est. Le più intelligenti fra le donne, messa da parte la prestigiosa laurea ed il master, hanno già iniziato nuovi lavori, dimostrando fantasia, estro ed iniziativa imprenditoriale. Stanno occupando quelle nicchie di eccellenza che la grande industria ha abbandonato per una questione di costi. Sono convinta che creeranno, nelle loro mini-aziende, nuovi posti di lavoro e conoscendo le esigenze delle donne, sapranno sapientemente bilanciare la cura della famiglia ed un’attività alla baby-boom.

Le donne, spinte dalla necessità e non per scelta, potranno tornare a fare quello in cui si sono sempre distinte, creare piccoli capolavori con il poco che possono permettersi.

La conclusione: non c’è più lavoro per tutti -io credo non ci sia mai stato- quindi è il momento per le donne di farsi valere senza favoritismi, non per legge o pretendendo il 50% dei lavori disponibili ma per merito e per grande impegno.


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