• Libra Adri

Sognare… o vivere l’avventura.

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Molti anni fa incontrammo nel Sarawak un ingegnere canadese di origini italiane, che aveva lasciato una promettente carriera e da sei mesi girava per tutto il sud est asiatico. Il suo budget era limitato e per prolungare il suo viaggio risparmiava su tutto quello che poteva, quindi viaggiava come la gente locale, mangiava quello che loro mangiavano e dormiva negli stessi ostelli che la gente del posto frequentava. Mi confessò che era stanco ma avrebbe continuato comunque, nonostante le scomodità che doveva affrontare ogni giorno. Aveva avuto la possibilità di visitare luoghi stupendi fuori dai circuiti turistici, incontrato persone interessanti. Ero affascinata dai suoi racconti e lo invitammo a cena per continuare una interessante conversazione, tardi la sera ci salutammo, sapevamo che la mattina dopo sarebbe partito all’alba. Aveva un altro luogo da visitare, altra gente da conoscere, ogni giorno della sua vita era un’avventura da vivere.

La nostra società occidentale diventa sempre meno vivibile, i rapporti sociali sono improntati alla diffidenza e per rilassarsi, per vivere con più “leggerezza” è rimasto il sogno. La gente ama vedere films divertenti, la TV manda in onda programmi in cui, anche se l’argomento è serio, vi è spazio per un lieto fine, molti amano leggere di viaggi che descrivono luoghi e società tanto lontane dal nostro stile di vita che tutto si trasforma in un’ avventura che ci fa sognare ed evadere da una vita a volte troppo grigia.


Coloro che riescono a realizzare il sogno di fuggire da una vita troppo restrittiva, da città troppo affollate, sono una minoranza così esigua che questi vengono più o meno bonariamente invidiati o additati come pazzi che hanno lasciato una casa, un lavoro, per trasferirsi in luoghi sperduti, vivere rinunciando al superfluo ovvero agli status simbol della nostra società. Costoro, questi pochi coraggiosi, hanno scelto, a volte, una vita semplice ma sempre ricca di interiorità.

Ricordo una coppia di tedeschi, moglie e marito sulla cinquantina che, con una barca senza nessuna attrezzatura sofisticata per la navigazione ed il salvataggio, nessuna comodità, erano partiti dal mare del Nord, erano arrivati nel Mediterraneo ed al momento si erano fermati in un porto del mar Tirreno. In quel periodo mio marito ed io avevamo chiuso casa a Roma e vivevamo in barca. La prima domanda che si pone sempre fra gente di mare è: “da dove venite?” Cominciò una conoscenza che è durata anni. Chiesero il nostro aiuto per acquistare un tender, ci invitarono a cena e fra le altre cose ci servirono dei crauti ed una specie di polpette, non capii cosa fossero ma le mangiai diligentemente, contraccambiammo l’invito e servii una zuppa di cozze, spaghetti con le vongole e un fresco vinello bianco. Gradirono molto. Dopo un mese partirono, le isole della Grecia li aspettavano. Cominciò una corrispondenza, le nostre lettere li raggiungevano quando qualche amico o parente portava loro la posta a volte vecchia di mesi. Un giorno ricevemmo una lettera in cui ci raccontavano che avevano venduta la loro barca, avevano comprato un furgone e continuavano la loro avventura girando il nord America.


Un altro personaggio che mi è rimasto impresso, è un inglese con un magnifico paio di baffi bianchi. Alla solita domanda “da dove vieni?” mi rispose: “da Ponza”. Aveva capito benissimo, ma la mia domanda si prestava al malinteso e mi prese alla lettera, ma io avevo notato un luccichio nel suo sguardo…. ascoltai quello che aveva da raccontare ma non feci più domande. Sorvolando sul solito snobbismo degli inglesi, era una persona interessante, sulla sessantina, vedovo ed in pensione, aveva circumnavigato il mondo. I piccoli ma preziosi suggerimenti di vita spicciola in barca, mi sono stati in seguito molto utili, aveva navigato nei “quaranta ruggenti” aveva i “titoli” per elargire consigli pratici, per passare indenni fra le disavventure ed i piccoli incidenti durante la navigazione.

Su di un’isola greca con un mare ed un cielo così azzurro da togliere il fiato per la sua bellezza, incontrammo una coppia di americani. La donna era uno scricciolo che arrivava a malapena ad un metro e cinquanta, il marito era un omone che la sovrastava ma la trattava come un fragile passerotto, tutti e due avevano però una volontà di ferro. Avevano lasciato gli Stati Uniti, per un po’ avevano girato per l’Europa, infine avevano scelto una piccola isola fra le Cicladi, comprato casa e deciso di trascorrere lì il resto della loro vita. Ci raccontarono che all’inizio avevano avuto qualche difficoltà sia con gli abitanti dell’isola, sia con la lingua, col tempo impararono a farsi apprezzare dagli isolani che a qualsiasi latitudine si trovino, sono gente chiusa e restia ad aprirsi agli estranei. Impararono il greco con un orrendo accento americano che non persero mai negli anni che seguirono. Tutti, sono stati uno splendido esempio di volontà nel proseguire in un sogno, di perseveranza nell’attuarlo, di coraggio a non arrendersi alle difficoltà.

Ricordo ancora con simpatia, lo scricciolo e il gigante.

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