• Libra Adri

Mogli e Geishe 妻と芸妓


Il detto popolare: “il chiodo che sporge va preso a martellate” la dice lunga sulla mentalità dei giapponesi e ci aiuta a capire il loro comportamento.

Non esiste l’individualismo, ciascuno ha il proprio ruolo. Tutti sono come ruote di un ingranaggio, uscire dai propri compiti non è contemplato e se qualche “chiodo” per caso sporge, viene spinto a rientrare nei ranghi.

La società giapponese è strutturata come una piramide. al cui vertice è collocato l’imperatore, figura semi-divina, amato dal suo popolo ma che non detiene alcun potere; dopo di lui si incontrano i discendenti dei nobili samurai, che hanno deposto la tradizionale spada ed assunto la figura di capi di industria, amministratori delegati, presidenti di compagnie, detengono il potere economico del paese ed hanno abbandonato le loro mire espansionistiche sostituendole col proposito di conquistare il mercato economico mondiale. Sotto di loro vi è un “esercito” di funzionari, impiegati, operai, il cui unico comandamento è ubbidire, devozione per l’azienda in cui lavorano, dedizione al lavoro sino a sacrificare il proprio tempo libero e la famiglia.

Le donne nipponiche in tempi antichi erano rispettate, nella storia hanno creato cultura, arte e ricchezza ed hanno ricoperto ruoli importanti.

La regola che ha forse deteriorato la posizione della donna giapponese l’ha sentenziata Confucio che disprezzava le donne e le considerava esseri inferiori e gli uomini dell’epoca la riassumevano così:

“Tu, donna, sei debole, irrazionale, graziosa ma inutile. Dovrai stare a casa a fare figli, e obbedire prima a tuo padre, poi a tuo marito e infine al tuo figlio primogenito.”

Questo modo di pensare era diffuso nelle classi più alte della società. Per la precisione solo le fanciulle di famiglia nobile dovevano avere un comportamento irreprensibile, per evitare di “mescolare” il loro sangue e causare problemi di successione ed eredità.

Le donne del popolo, le contadine, le paesane invece, non avevano nulla da tramandare, se le ragazze dopo una giornata di duro lavoro nei campi, la notte accoglievano un ammiratore sul proprio tatami, nessuno si scandalizzava e se una ragazza rimaneva incinta fuori dal matrimonio, senza nessun prurito moralistico, era visto come segno positivo di fertilità e gli eventuali figli venivano cresciuti dai nonni materni.

Ci sono tradizioni di incredibile bellezza che nei secoli non sono state mai cambiate. I giapponesi le rispettano e le conservano gelosamente ma non vi è nulla contrario al rispetto dovuto ai diritti delle donne: “Le donne sono come fiori…… non devono essere soffocate le loro voci…“


Quando si pensa alle donne giapponesi, comunemente vengono subito in mente le geishe. Queste non erano e non sono prostitute, come gli occidentali tendono a credere, ma raffinate intrattenitrici di feste per soli uomini, con musiche, danze, canto, conversazione, diventate in seguito simbolo del Paese del Sol Levante.

Non è difficile comprendere la mentalità dei giapponesi se si assimila il fondamento che la loro cultura non è stata condizionata da tradizioni giudaico-cristiane in cui predominava la cultura del peccato e della punizione divina, in cui la donna era un oggetto sessuale per compiacere il maschio e il cui unico scopo era servire ed obbedire.

Il motivo del comportamento privo di remore dei giapponesi risiede nel fatto che lo shintoismo – quasi una filosofia più che una religione – non fa distinzione morale tra donne e uomini, la cultura giapponese non ha radicato alcuna nozione di “peccato originale”, non esiste la concezione della donna “peccatrice” né l’ossessione per la verginità delle fanciulle. I giapponesi vedono nel sesso, a prescindere dai sentimenti, un qualcosa di giocoso, fisiologico e naturale, così come per la nudità.


Riassumendo, nel passato le donne giapponesi di ceto medio/basso erano decisamente più libere di quelle occidentali. Potevano fare sesso liberamente, divorziare, risposarsi, avere figli con diversi mariti. Potevano possedere case e attività commerciali.

La loro condizione paritaria cominciò a mutare alla metà del diciannovesimo secolo, da quell’epoca in poi la figura della donna giapponese cominciò ad essere associata all’espressione “moglie devota e madre istruita” ovvero, una buona moglie aveva l’obbligo di obbedire al marito e di prendersi cura dei figli e seguire la loro educazione.


La conduzione famigliare di una coppia giapponese è semplice, lui lavora in ufficio 12 ore al giorno, lei accudisce alla casa, educa i propri figli e si preoccupa di preservare l’armonia della famiglia.

Quasi sicuramente il loro matrimonio è stato combinato dai genitori, l’amore romantico non è previsto né richiesto, se lei lavorava ha lasciato l’impiego subito dopo il matrimonio, al massimo non appena rimasta incinta.

Le rare volte che escono insieme non camminano sottobraccio, la moglie cammina dietro il marito, che non ha per lei alcuna attenzione, non le apre la porta, non le cede il passo, se lo facesse la poveretta sarebbe in imbarazzo per la sorpresa, ma questi non sono atti di scortesia, sono solo abitudini che hanno origini lontane.

Un’aspetto delle abitudini giapponesi che mi ha sorpreso non poco, è che la moglie giapponese gestisce le finanze della famiglia e ne dispone come meglio crede, l’uomo è troppo occupato a lavorare per preoccuparsi anche delle questioni finanziarie, gli basta avere di che pagare, di tanto in tanto, il conto del ristorante e del bar quando esce con gli amici e i colleghi di lavoro, a tutto il resto pensa la moglie che si inchina al marito, lo serve di tutto punto e si preoccupa del benessere della famiglia.

Il motivo di questa consuetudine, deriva dall’usanza del passato in cui il soldato-samurai, prima di seguire in guerra il suo comandante e padrone, consegnava alla moglie, i figli, la casa ed i beni della famiglia perché li preservasse.


Parlare della condizione lavorativa femminile in Giappone forse è un argomento di difficile comprensione per un occidentale, le cosiddette office-lady, ricoprono ruoli non specializzati, come preparare i documenti Word/Excel, fotocopiare, rispondere al telefono, accogliere eventuali ospiti, provvedere a piccole commissioni e servire il tè.

Molto spesso l’assunzione di giovani donne, istruite e belle è intenzionale per creare l’occasione, per i giovani manager e per gli impiegati che non hanno il tempo o la voglia di rivolgersi ad agenzie matrimoniali, a trovare moglie e tutti si aspettano che la donna si licenzi non appena sposata, non è previsto da contratto, ma si tratta di un tacito accordo sociale.

Se corresse voce che la moglie lavora, vorrebbe dire che il marito non è capace di mantenerla, se rientrasse a casa dopo il marito o addirittura se si assentasse qualche giorno per lavoro, le malevole supposizioni entrerebbero in azione e le grandi aziende non desiderano fare brutta figura.

Se invece la moglie si concede un viaggio con i soldi del marito, tutti a congratularsi con la fortunata coppia che si concede lussi non comuni ai più.


Anche le ragazze che più sembrano trasgressive ed indipendenti sognano di sposarsi non oltre i 25 anni, del resto non hanno molte alternative per avere sicurezza economica. La verità, in un paese di 127 milioni di abitanti, è che i giapponesi ben conoscono la realtà che non esistono abbastanza posti di lavoro per tutti.

Quando e se le nuove generazioni decideranno di cambiare, useranno i loro sistemi, lontani dai modi sicuramente più aggressivi e perentori di noi occidentali, impiegando un tempo più lungo; tendo a credere che non ci saranno marce di protesta, comizi, manifestazioni, a piccoli passi otterranno quello che desiderano, ciò non toglie che potrebbe essere qualcosa di diverso da quello che noi potremmo immaginare.


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