• Libra Adri

"Lo spazio vitale"

La questione dello spazio è un problema serio in Giappone, un paese più piccolo dell’Italia ma con una popolazione di più del doppio.  Nel passato i giapponesi tentarono più volte di estendere i loro territori, sappiamo come è finita e da allora hanno abbandonato qualsiasi idea espansionistica.  Il loro comportamento estremamente garbato e cerimonioso risulta incomprensibile ai gai-jin (stranieri), invece ha una spiegazione semplice che ha origini antiche: lo spazio vitale.  La terra serviva per la coltivazione del riso che era la base della loro economia. Per capire l’importanza del riso, va sottolineato che il valore di ogni cosa era rapportato al koku, la quantità di riso, elevata a “misura”, bastante ad una famiglia per un anno.  Per questo motivo, le case dei villaggi, separate da stradine minuscole, venivano compresse su di una limitata superfice, per non rubare lo spazio dedicato alle coltivazioni.  Le case, a causa dei continui terremoti, venivano costruite principalmente in legno con i divisori interni di carta e quindi più sicure e facili da ricostruire.  Queste particolari condizioni ambientali: la vicinanza delle case, le pareti sottili, fecero si che, in tempi antichi, si sviluppasse l’abitudine di limitare al massimo ogni tipo di rumore o suono della voce, per non disturbare i vicini di casa e preservare la propria vita privata.  Da qui, la consuetudine di scusarsi in continuazione per qualsiasi cosa, di ringraziare, di inchinarsi.

Un po’ per ridere e un po’ sul serio mi vanto con gli amici, che se non mi sono persa nella metropolitana di Tokyo, non mi perderò mai più. Le stazioni indicate nella scrittura Kanji, nessuno che parlava inglese, il mio giapponese che strappava un sorriso ai compassati passanti. Per non perdermi, presi l’abitudine di scrivere in Kanji i nomi che identificavano le stazioni che mi interessavano e con questi foglietti in tasca ho girato l’immensa città di Tokyo.  E’ ancor vivido il ricordo di una delle stazioni più importanti della città nell’ora di punta. Due masse compatte ed ordinate di migliaia di persone che camminavano ognuna nella propria ideale corsia, sbagliare direttrice significava essere trascinati senza scampo nella direzione opposta.

Nelle ore di maggior affollamento, compassati impiegati della metropolitana, in guanti bianchi, spingevano educatamente ma con decisione i passeggeri dentro i vagoni già affollati affinché le porte potessero chiudersi. Questa scena mi trasmetteva un senso di ansia ma una volta entrata nel vagone, al confronto i piselli in un baccello stavano comodi, constatavo l’educazione con cui tutti affrontavano la situazione ma era imbarazzante rimanere “abbracciata” ad un perfetto sconosciuto.

 Tokyo è fra le città più grandi del mondo; nel tempo le tante piccole cittadine che la circondavano sono state inglobate. Shinjuku e Shibuya, per fare un esempio, hanno conservato alcune loro caratteristiche, le Omoide street, interi quartieri composti da caratteristiche stradine, un susseguirsi di piccoli e talvolta minuscoli ristoranti aperti sino a notte inoltrata. Tanti impiegati vi sostano, mangiano, bevono, non devono tornare a casa, abitano troppo lontano. 


Il traffico di Tokyo mi sorprese per la sua silenziosità e per il rispetto delle regole stradali, sia da parte degli automobilisti, sia dei pedoni. Tutti si fermavano ai semafori, nessuno suonava il clacson, i bambini attraversavano la strada solo se accompagnati da un vigile, tutti avevano il massimo rispetto delle regole come tanti bravi soldatini. La mia non vuole essere una battuta critica, ma tanto ordine, tanta precisione (all’epoca venivo dal traffico di Roma) mi lasciava stupita. La domanda veniva spontanea: ‘come e` possibile?’ e non solo per il traffico; per qualsiasi aspetto della vita comunitaria, esiste un rispetto per le esigenze degli altri che va oltre la nostra comprensione.

I giapponesi sono da prendere ad esempio ma non si possono emulare. La loro educazione parte da lontano, da una diversa cultura che si basa sull’osservanza incondizionata delle abitudini sociali. Hanno una radicata convinzione del “bene comune”, le regole nascono per essere rispettate, non aggirate.

Posso affermare, avendone studiato la cultura, che i giapponesi non sono degli individualisti come altri popoli, sono persone molto serie, razionali ed efficienti, sempre disposti a migliorarsi. Molti pensano che i giapponesi copino i prodotti ideati da altri, non è così; loro prendono le buone idee e le migliorano, in primo luogo per il loro mercato, poi per l’esportazione. Una cosa che non sono disposti a cambiare sono le loro tradizioni, lo considererebbero un tradimento verso i loro antenati e la loro storia. Ritengono la loro cultura superiore e più raffinata delle altre. Fanno affari col resto del mondo ma non vogliono condividere altro.

La prima volta che visitai il Giappone, attraverso i finestrini di un bellissimo treno super veloce, lungo le centinaia di chilometri della tratta Tokyo – Kyoto, vidi un paesaggio ininterrotto di piccole case, con un minuscolo giardino, tutto ordinato, pulito, le macchine mai parcheggiate lungo la strada, bensì nel garage a fianco. I proprietari di queste minuscole case hanno ipotecato il loro futuro e quello dei loro figli, tanto è il costo del terreno su cui e’ costruito il loro sogno. Affrontano un lungo viaggio per raggiungere il posto di lavoro e molti preferiscono rientrare solo per il fine settimana. Ancora oggi gli appartamenti in città sono minuscoli, non ci sono sprechi di spazio, le cucine si limitano al lavandino e un punto di “cottura” piuttosto di una cucina, il bagno è ridotto all’essenziale, alla sera vengono stesi sul pavimento i soffici tatami ed il letto è fatto, al mattino tutto scompare negli armadi a muro. L’ultima volta che sono andata a Tokyo, in un albergo di prestigio, la camera era talmente piccola che il letto la occupava interamente, c’era solo lo spazio per girare intorno ed il bagno era grande quanto quello di una roulotte, si poteva fare la doccia seduti…sul WC. 


Le singole villette uni-familiari, dedicano uno spazio importante per la cucina ed il bagno, dove la vasca è una mini piscina in cui la famiglia e gli eventuali ospiti si rilassano nell’acqua molto calda.

Alla fine della guerra Tokyo era praticamente distrutta; avrebbero potuto ricostruirla secondo canoni più moderni. I giapponesi, attaccati al loro passato, la ricostruirono esattamente come era prima, con l’aliena divisione in blocchi dei palazzi e la incomprensibile numerazione civica. Solo i postini ci si raccapezzano, anche i tassisti incontrano qualche difficoltà.

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