• Libra Adri

Le tribu scomparse




Gli incontri che non ci aspettiamo, sono spesso quelli che cambiano il corso della nostra vita e che ci fanno capire quanto l’abbiamo resa complicata e fragile.


Ketut, un papuano che vive a Jakarta da molti anni e lavora in un piccolo ristorante specializzato nella cucina tradizionale della Papua-Nuova Guinea, e’ stato decisamente un incontro inaspettato.  Ketut, il suo vero nome era troppo difficile da pronunciare, mi ha preso subito in simpatia, perchè con spontaneità e senza nessun incoraggiamento, prende a narrarmi la sua vita… mi racconta che quando ebbe compiuto dodici anni, decise che era giunto il momento di partire per capire perchè gli uomini bianchi distruggevano la Grande Madre: la foresta.


Dopo un viaggio che sarebbe troppo semplice definire avventuroso, giunge a Jakarta; un solo paio di pantaloni ed una maglietta che lava e ri-indossa, nella stagione delle piogge dorme su di un cartone sotto una tettoia di lamiera, é fortunato quando riesce a mangiare una volta al giorno… dopo tanta fame e miseria, trova un lavoro pagato e fisso, un posto dove dormire, un pasto abbondante ed inizia una nuova vita…  L’uomo occidentale convive con la sensazione di non essere mai stato felice, i ragazzi usano il loro HP come fosse una droga per paura della solitudine; i giovani sono insoddisfatti della loro vita ed invidiosi di chi é riuscito ad emergere; i bambini sono lasciati davanti alla TV o al computer perchè i genitori “Peter Pan hanno diritto ai loro spazi”…


… all’altro capo del mondo, cacciatori-raccoglitori con una cultura ferma a migliaia di anni fa, da non credere che ancora esista, vivono sereni nelle foreste del sud-est asiatico, i giovani crescono aspettando il momento di diventare cacciatori, tutto quello che sanno lo imparano dagli anziani della tribù ed il  loro unico desiderio è di diventare bravi come i loro fratelli… Ketut era uno di quei bimbi, quando accadde qualcosa che cambiò il corso della sua esistenza…


Il bimbo ha compiuto cinque anni, non conosce il giorno del suo compleanno, gli é stato detto che è nato nel periodo delle piogge, non sa nè leggere, nè scrivere, sa solo disegnare nella polvere o nel fango con un bastoncino, non gli serve nient’altro, la sua vita, come quella degli altri bambini, è tracciata dalla necessità della sopravvivenza, imparare a costruire un arco con le frecce, una lancia appuntita, un riparo per proteggersi dalla pioggia che può essere violenta, ad accendere un fuoco per riscaldarsi, ma non sarà mai lasciato solo, ci sarà suo padre, il nonno, i fratelli più grandi che lo aiuteranno, gli insegneranno.

Oggi si realizzerà quello che ha sempre sognato e sarà felice oltre ogni desiderio, accompagnerà il padre nella sua prima caccia.. ammira la sua acconciatura di penne dai colori vivaci e la collana di conchiglie arrivata da un posto lontano e circondato da tanta acqua salata.. usa un piccolo specchio conservato come un tesoro, un dono lasciato da qualcuno che si era fermato nel loro villaggio.

il padre ed il nonno gli insegneranno quali sono i frutti che non deve mangiare perché fanno venire il mal di pancia, le foglie che, dopo averle schiacciate, potrà mettere su di una ferita perché non infetti e quelle altre foglie che dopo essere state bollite e bevuto il decotto guariscono la diarrea… imparerà che la foresta è la Grande Madre..“impara a rispettarla ed essa ti donerà tutto quello di cui avrai bisogno quando sarai malato, quando avrai fame, quando avrai bisogno di legno per costruire un arco, una capanna.. per questo ed altro ancora”. Imparerà ad uccidere un animale solo per necessità e non per divertimento e se la preda uccisa andrà oltre le necessità  della sua famiglia, la condividerà con chi quel giorno non è stato altrettanto fortunato, perché serva a far sopravvivere altri e nulla vada sprecato. Questa notte gli uomini sono radunati intorno al fuoco, non per raccontare le loro avventure, sono preoccupati, questa notte il nonno di Ketut riferirà agli uomini di un altro villaggio quello che ha visto nella foresta.. il mostro che sbuffava, che ammorbava l’aria col suo puzzo e che, con la sua mano di metallo, riusciva a sradicare un albero.. vi erano uomini intorno al ‘mostro‘ e non ne avevano paura, altri uomini con dei lunghi coltelli rumorosi tagliavano gli alberi caduti, anche quello che lo sciamano usava per curare la febbre dei ‘tre giorni‘ e quell’altro i cui frutti sgonfiavano la pancia dei bimbi; la foresta era sparita, quei pazzi stavano togliendo la pelle al loro mondo, Mad aveva scagliato la sua lancia contro il mostro, ma questa era rimbalzata sul metallo, non l’aveva neppure scalfita. Gli anziani dei villaggi vicini, suggeriscono di fuggire, di allontanarsi il più possibile da quella creatura, perché ricordano che tutto questo è già accaduto, tramandato dai loro canti, gli stranieri bianchi avevano scuoiato la foresta e questa era morta… meglio fuggire lontano per non essere raggiunti da quegli uomini malvagi. Le donne lavorano tutta la notte, porteranno via tutto quello che posseggono, spazzeranno il terreno calpestato, getteranno nel fiume i resti dei fuochi per non lasciare tracce che possano aiutare gli inseguitori a capire quanti sono… all’alba partiranno, ognuno avrà il suo carico, dall’uomo anziano, al bimbo piccolo, cammineranno in silenzio, uno dietro l’altro, si inoltreranno nella foresta profonda, come non hanno mai fatto nel passato, su sentieri che solo loro riescono a vedere e nessuno saprà dove sono fuggiti e forse quegli uomini e quel mostro dimenticheranno la loro esistenza per altre cento stagioni… dietro di loro un gruppo di giovani cacciatori controlleranno di non essere seguiti, aiuteranno i ritardatari e riferiranno agli anziani quello che avranno visto. Tutti sperano di poter riannodare i fili della loro vita in una nuova radura vicina ad un fiume ricco di pesci e una foresta ricca di sevaggina, di frutti e bacche, lontana dagli uomini pallidi che uccido la foresta.  Ketut ha terminato il suo racconto, senza mai dirlo esplicitamente, era uno di quei bimbi felici a cui l’uomo bianco ha cambiato la vita, troppo curioso per dimenticare, doveva vedere, capire perchè distruggevano la foresta.

Dopo la morte del nonno che lo aveva sempre incoraggiato… inizia la sua avventura… ha imparato molto e molto avrà da raccontare.. presto inizierà il suo viaggio di ritorno in Papua, un viaggio che durerà molti mesi, sempre alla ricerca di un passaggio su qualche cargo o peschereccio… ma prima dovrà mettere da parte un pò di denaro per comprare un coltello per il fratello maggiore, un stoffa colorata per la ‘sorellina’… sorride perché ormai sarà sposata con una nidiata di bambini, ma per lui é rimasta la sorella piccola che ha lasciato tanti anni prima.. a sua madre comprerà un ferma-capelli colorato, a suo padre del tabacco profumato da fumare la sera intorno al fuoco in compagnia degli anziani della tribù e prega che siano ancora tutti vivi.. poi ci sono gli amici, i compagni di gioco di un tempo a cui vuole portare una rivista con tante fotografie di città, case altissime, strade piene di auto, luoghi in cui si compra il cibo già cucinato… non capiranno ma crederanno alle sue parole…  i suoi occhi si perdono nel ricordo della sua infanzia, gli amici con cui é cresciuto, il nonno che raccontava storie stupende, i giochi che erano la preparazione alla grande caccia con gli adulti… dovrà cercarli nella foresta piú profonda, forse si sono spostati.. ma lui é sempre stato bravo a cercare le tracce ed é sicuro che troverà la tribù ‘scomparsa‘ tanto tempo addietro.

Prima che vada via gli pongo un’unica domanda: “ne é valsa la pena?” mi guarda, mi sorride e con una maturità e una saggezza che non mi aspettavo, mi risponde: ” sempre…” lo guardo e provo una sensazione di vergogna.


Se una catastrofe dovesse accadere, l’uomo occidentale non sarà capace di sopravvivere, mentre il “primitivo” continuerà a cacciare, a raccogliere quello che la foresta gli offre e senza neppure rendersene conto, erediterà la Terra.

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