• Libra Adri

La fuga dei cervelli.


Il giorno in cui mio figlio partì per gli Stati Uniti, mio marito ed io lo accompagnammo all’aeroporto, ci stampammo un sorriso sul viso e lo guardammo partire.

Mio marito ed io, ci tenevamo per mano, senza parlare e ci facevamo coraggio l’un l’altra.

Sapevamo che non lo avremmo rivisto per lungo tempo e questa consapevolezza mi stringeva la gola, quasi non mi faceva respirare, ma dovevo farmi forza, se avessi ceduto, le lacrime sarebbero sgorgate irrefrenabili e non avrebbero mitigato il dolore che provavo.

Tutto era cominciato un anno prima. Dopo aver conseguito la laurea col massimo dei voti, nostro figlio espresse il desiderio di continuare a studiare per conseguire il dottorato. Naturalmente fummo felici di aiutarlo ma… da quel momento iniziarono le delusioni.

Non so se le cose sono cambiate ma all’epoca, studiare per il dottorato in una università italiana significava fare il factotum del professore che ricopriva la funzione di tutor, senza avere il tempo di seguire le lezioni, con un contributo dello Stato che oggi equivarrebbe a quattrocento euro mensili, il che significa che un laureato italiano che volesse proseguire gli studi, non avendo il tempo di lavorare per mantenersi, deve avere una rendita o una famiglia che lo mantiene.

Mentre il professore era in viaggio per le sue lucrose conferenze e dibattiti, nostro figlio lo sostituiva al momento degli esami, riceveva gli studenti, correggeva le prove scritte, in una parola faceva “il professore” senza averne i titoli e lo stipendio, tutto questo senza mai apparire ufficialmente, inoltre nel mondo accademico se non pubblichi i tuoi lavori, nessuno ti conosce, ed egli sebbene scrivesse il settanta per cento degli articoli che il professore avrebbe completato e firmato, il suo nome non appariva, neppure nei ringraziamenti.

Dopo un anno di questa vita, senza aver avuto il tempo di studiare per il suo dottorato, mio figlio seppe di una borsa di studio di mille dollari mensili offerta da una importante università negli Stati Uniti, mandò il suo curriculum, una lettera di presentazione, fu selezionato e decise di partire.

Avrebbe preferito rimanere in Italia, con la famiglia, gli amici e tutto ciò che di buono la nostra terra riesce ancora a darci, ma non poteva perdere senza costrutto anni importanti della sua vita, per i comodi di un “barone” universitario.

Quella mattina all’aeroporto aveva una valigia che avevamo chiuso con difficoltà tanto era piena, in cui aveva stipato anni di vita e di ricordi.

Non sapeva quello che avrebbe trovato, dove avrebbe alloggiato, faceva affidamento sui mille dollari che gli avrebbero dato la possibilità di sopravvivere, secondo gli standard di vita americana,  solo uno scalino al di sopra della povertà ed era altresì consapevole che avrebbe frequentato seriamente corsi universitari che gli avrebbero permesso di conseguire un PhD prestigioso.

Mio marito ed io sapevamo che sarebbe tornato in Italia sporadicamente e solo per brevi soggiorni, non perché in USA si stia meglio che in Italia ma perché, oltre  dopo due anni trascorsi in quella nazione ci si abitua ad una efficienza che non esiste altrove, a servizi che arrivano puntuali, alla possibilità di essere assunto, fresco di laurea, in una università senza essere costretto ad una lunga ed avvilente gavetta o presso l’industria che cerca sempre di accaparrarsi questi giovani talenti.

Nessuno torna in un paese dove ogni cosa viene lasciata all’iniziativa di pochi volenterosi, con pochi soldi e scarsi mezzi, dove meritocrazia è una parola che pochi sanno compitare ma soprattutto non torni in Italia sapendo che non esiste la possibilità di fare ricerca nel campo per cui hai studiato duramente per dieci lunghi anni.

Trascorsero quattro anni di sacrifici, di orari pazzeschi, di studio e di impegno, ma quando andammo negli Stati Uniti, il giorno della consegna del dottorato, ci rendemmo conto appieno quanto nostro figlio si fosse fatto onore, al di là di qualsiasi nostra previsione.

Mi scoppiava il cuore di orgoglio nel vedere quel giovane uomo salutato dai suoi professori da pari a pari, con già tre offerte di lavoro fra cui scegliere, mai più come in quel momento ringraziai il Cielo di non aver egoisticamente scoraggiato mio figlio a seguire la sua strada in un paese tanto lontano.

Ogni volta che sento parlare di “fuga dei cervelli” mi assale una grande tristezza, so cosa si prova a veder partire un figlio, vederlo di rado, uscire dalla sua vita in una maniera così totale che, nonostante l’affetto, i legami si assottigliano e si vive di ricordi.

Mi assale anche una grande rabbia perché questi ragazzi che partono e voltano il viso per nascondere la loro commozione, vorrebbero rimanere ma hanno un sogno da realizzare, hanno qualcosa da dare ed hanno le capacità per farlo, ne consegue che sono gli americani ad avvantaggiarsi grazie a questi giovani di talento, mentre lo Stato italiano non riesce a reperire i fondi per aiutare la ricerca scientifica  costringendo tanti promettenti scienziati ad espatriare.

Non sono cervelli in fuga, sono cervelli cacciati dal loro paese per mancanza di opportunità.


#laurea #universitá #dottorato #baroni #fugadeicervelli

0 visualizzazioni