• Libra Adri

La foresta che va scomparendo.


Mio padre amava vedere lo zoo di ogni città che visitava ed io lo accompagnavo. Mentre lui ammirava i grandi felini, io mi soffermavo davanti alle gabbie delle scimmie. Per me erano tutte scimmie, piccole, grandi, marroni, nere ma le scimmie rosse ovvero gli orang utan (uomo della foresta) erano le mie preferite. Ricordo che l’ultima volta che entrai in uno zoo fu molti anni fa a Francoforte. Nessun sgradevole odore, tutto teutonicamente pulito ed ordinato ma la tristezza che vidi negli occhi di un gorilla era senza fine. Mi sedetti dando le spalle alla lastra di vetro che ci separava e senza dare a vedere lo osservai a lungo, fintanto che si abituò a me, lui giocava con una foglia che rigirava tra le dita, io appoggiai una mano sul vetro e lui allungò un dito, mi piace pensare che lo fece intenzionalmente. Quella fu l’ultima volta che misi piede in uno zoo.

Per molti anni non pensai alle scimmie che mi avevano affascinato nella mia infanzia finchè non mi capitò di vedere un documentario sul reinserimento degli orang utan nel loro habitat naturale. Iniziai a leggere ed informarmi, conservando il desiderio di poter un giorno ammirare questi primati nel loro ambiente. 

Arrivò il momento che mio marito ed io decidemmo di visitare il Borneo Malese. Finalmente potevo realizzare il mio sogno. Ero molto eccitata, eravamo molto giovani.

Dopo il consueto soggiorno a Singapore, partimmo per il Sabah. Prima di tutto avremmo visto una porzione di foresta, quella che ci separava dal campo governativo dove gli Orangutan erano ospitati per il loro reinserimento. La visita della città, delle magnifiche isole e la scalata del monte Kinabalu le lasciammo al nostro rientro.

Al giorno d’oggi tutto  è più facile, ci sono gite guidate per addentrarsi nella foresta e ci sono campi più grandi sulla costa sud est del Kalimantan Indonesiano. All’epoca in cui noi chiedemmo i permessi per visitare l’interno eravamo i primi a farlo e non volevano autorizzarci, il viaggio era pericoloso, la strada era disastrata dopo la stagione delle piogge, dovemmo persino accollarci la responsabiltà di riconsegnare l’auto con le sospensioni in buone condizioni. 

Gli impiegati ci guardavano come se avessimo perso il senno, non capivano perchè volevamo accollarci le difficoltà del viaggio per inoltrarci nella foresta pluviale. Insistendo ed elargendo qualche “regalo” ottenemmo i permessi ed una guida oltre all’autista della jeep.

Tutti gli impegati dell’uffico “Agricoltura e Foresta” erano fuori a salutarci quando salimmo sulla jeep, ci guardavano dubbiosi e forse pensavano che non ci avrebbero più rivisto. L’autista era come noi al centro dell’attenzione, non poteva perdere questa occasione di notorietà e partì come se sotto avesse una macchina di formula 1.  La nostra guida era un uomo dall’età indefinibile, magro, asciutto, di poche parole, la pelle coperta di tatuaggi, era un Iban. Iniziò la nostra avventura.

Poco dopo essere usciti dalla città, comprendemmo a pieno perchè tutti  ci avevano scoraggiati ad affrontare questo viaggio. Alle prime avvisaglie di foresta, la strada divenne sterrata e piena di buche, ma quando si ha in mente un sogno non ci si lascia scoraggiare per così poco, anche se ad ogni buca bisogna tenere ben chiusa la bocca per non mordersi la lingua. Ne avevamo per circa 3 giorni e avremmo dormito un una tenda e l’autista aveva garantito di essere un bravo cuoco.

Viaggiammo per tutto il giorno, a pranzo durante una breve sosta al guado di un fiume, mangiammo delle gallette di pasta di gamberi, si chiamano Krupuk e a sera arrivammo nel villaggio della nostra guida. Fummo accolti dal capo villaggio ed ospitati per la notte.


Gli anziani del villaggio, tramite la guida che parlava un poco di inglese, ci fecero mille domande, erano curiosi di conoscere le usanze del mondo fuori dalla foresta, domande semplici, quante mogli avesse mio marito, quanti figli e cosa mangiavamo nel nostro paese, anche se non erano in grado di capire da dove venissimo. Alla fine dei convenevoli il capo ci chiese una nostra fotografia, noi avevamo due foto tessera di riserva per eventuali documenti e gliele donammo, le accettò come un grande dono, era la prova tangibile che eravamo stati suoi ospiti .

Mangiammo il loro cibo e ci fermammo a lungo a parlare. 


Il capo villaggio ci disse che un grosso albero era caduto ostruendo la strada qualche kilometro più avanti e con i loro attrezzi, ci sarebbero voluti giorni di lavoro per tagliarlo. Ascoltò con attenzione i nostri progetti ed alla fine ci offrì una grande canoa e due uomini, con la quale avremmo potuto continuare il viaggio ma solo verso un luogo della foresta lungo il fiume dove spesso si vedevano degli orangutan. Dormimmo  in una “casa lunga” su di una stuoia stesa sul pavimento. Come faccio sempre quando viaggio a queste latitudini, avevo portato una zanzariera e fu la nostra fortuna anche se gli indigeni facevano bruciare un tipo di foglie il cui odore teneva lontane le zanzare, in teoria, perchè questi malevoli insetti non avevano mai assaggiato un europeo e facevano la fila per provarci. Un piccolo cuscino gonfiabile ci permise di riposare meglio. 

Il mattino dopo eravamo pronti a riprendere il viaggio. Non era quello che avevamo sperato ma accettammo l’offerta, il tempo per organizzare il viaggio, fare provviste di frutta, qualche patata dolce da cuocere sotto la cenere, il pesce lo avremmo pescato di volta in volta. 

Tutti i bambini del piccolo villaggio erano lungo il fiume per salutarci. La guida ci disse che l’anziano sarebbe presto partito per raccontare ai conoscenti di altri villaggi la buona sorte che gli era capitata, incontrare persone che venivano dall’altra parte della terra.

Il viaggio durò due giorni, su di una canoa colorata su cui anche la nostra guida pagaiava con sicurezza. L’autista era rimasto vicino alla jeep ed aspettava il nostro ritorno. 

Mentre scivolavamo sull’acqua gli unici suoni erano quelli della pagaia che incontrava l’acqua, il canto degli uccelli che a volte diventava assordante, le scimmie che di ramo in ramo si allontanavano dal fiume protestando al nostro avvicinarci. 

Gli alberi coprivano il fiume come la volta di una cattedrale, verde scuro ma a tratti, raggi di sole come freccie lo attraversavano illuminando il fiume di verde smeraldo. L’odore di terra umida e foglie marcite era penetrante, infine la fortesta si diradò, gli alberi erano altissimi e si poteva osservare il terreno color ruggine. 

L’orangutan non è un animale sociale, ama vivere da solo e non potrebbe essere altrimenti a causa della gran quantità di frutta e germogli che mangia giornalmente, ha bisogno di un vasto territorio di raccolta.

Trascorremmo tre giorni nella foresta, dormendo in tenda e cucinando su un fuoco i pesci che i nostri accompagnatori ci procuravano durante i nostri appostamenti. Riuscimmo a vedere un grande maschio che agilmente volava di ramo in ramo, poi qualcosa lo infastidì e si allontanò, ci spostammo e vedemmo una femmina col suo tenero cucciolo e tanti uccelli dai colori brillanti. 

Quando tornammo al villaggio degli Iban, donai la mia zanzariera al vecchio capo ed il cuscino gonfiabile ed altra attrezzatura ai giovani che ci aveva accompagnati. Poche povere cose che per loro era preziose, più del denaro. Mio marito ancora borbotta per aver dovuto cedere i suoi stivaletti, su cui avevano messo gli occhi, come prezzo per la canoa.

Gli indigeni che sono solo un passo più avanti dell’età della pietra, non sanno nulla e non conoscono nulla che non sia la loro foresta. 

Qualcuno ha detto loro che ad una settimana di cammino vi è una città con gente, case, merci di tutti i tipi ma solo pochi sentono la necessità di andare a vedere, a curiosare. E` per questo che rifiutarono il nostro denaro per i loro servizi. Per quello che ho potuto comprendere,  io penso che abbiano paura di affrontare un mondo che non capiscono, sono appagati e non desiderano altro ma credo che presto anche loro si sentiranno costretti a cambiare.

Conoscenti che sono andati recentemente in Sabah e che sapevano del mio viaggio di tanti anni fa, mi hanno raccontato che la strada sterrata che avevo percorso con tanta difficoltà è stata sostituita da una strada asfaltata, ma non hanno notato villaggi di Iban lungo il percorso. Forse si sono inoltrati ancora di più nella foresta o forse sono andati ad ingrossare il numero dei poveri che un tempo non esistevano. Nella foresta avevano tutto quello di cui avevano bisogno, ai margini di una città sono dei miserabili….. il progresso che crea la miseria dove non c’era mai stata.

Quest’avventura  è rimasta nel mio ricordo non come la realizzazione di un sogno, ma come un miracolo purtroppo irripetibile. 

Se avete un “sogno” affrettatevi a realizzarlo, non so fino a quando questi luoghi incantati e queste persone genuine potranno resistere all’avanzata della “civilizzazione”.



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