• Libra Adri

La donna indù, Schiava e Madre.


Sin dal V° secolo a.C. l’inferiorità femminile é stata codificata in India nella raccolta di leggi nota come “Il codice di Manu”, secondo il quale la donna, dalla nascita alla morte, doveva restare sotto tutela degli uomini della famiglia, che potevano disporne a piacimento, con il solo obbligo del mantenimento.

Anche Confucio predicò che la donna era tenuta a tre obbedienze: al padre, al marito, ai propri figli, questo implica una scarsissima considerazione della donna, accolta sin dalla nascita come un insopportabile fardello per la famiglia a causa della dote che saranno costretti a pagare al futuro marito.

L’antica usanza della dote era originata dal fatto che solo i figli maschi ereditavano i beni della famiglia, alle figlie veniva donata una dote di sua esclusiva proprietà, che il marito le doveva conservare e che le sarebbe stata utile in caso di vedovanza o ripudio. Col tempo questa usanza si trasformò in una compra – vendita.

Oggi i valori che per secoli hanno guidato i comportamenti degli indiani hanno perso di significato, offuscati dal desiderio di beni materiali, la dote è solo un mezzo per arricchirsi alle spalle della moglie.

Anche se il prodotto interno lordo cresce in maniera impressionante, gli economisti e i sociologi avvertono che, con un’economia liberalizzata, differenze e disuguaglianze si sono acuite e gli squilibri regionali si sono allargati al punto che l’instabilità sociale è divenuta una seria minaccia.

La condizione di inferiorità della donna è ben lontana dall’essere superata ed è molto contraddittoria: infatti se da una parte abbiamo donne a capo di governo, dall’altra le donne vengono sfruttate nelle attività domestiche e percepiscono salari inferiori agli uomini, svolgono lavori durissimi e, viaggiando in India, si ha spesso l’impressione che lavorino solo loro.


Molte donne delle classi basse cercano la strada della libertà e dell’autodeterminazione convertendosi alla religione cristiana, jainista o buddhista, spesso abbracciando addirittura la vita monacale. Paradossalmente, i voti religiosi appaiono infatti a molte come la promessa di una vita libera dalle oppressioni del matrimonio o da quelle di una casta di infimo ordine.

L’aiuto che la chiesa cristiana concede a queste donne, viene considerata un’ingerenza e quindi mal tollerata, gli indù sono arrivati ad una dichiarata violenza quando ad essere aiutati furono i senza casta, i paria, uomini e donne che sono considerati alla stregua di animali, sfruttati per i lavori più umili e disgustosi per un indù e per questo intoccabili.

È difficile parlare della situazione della famiglia in India (ma anche di qualsiasi altro argomento della società) senza cadere in generalizzazioni, tutto è fortemente condizionato dalla situazione socioeconomica e dalle differenti tradizioni e concezioni religiose.

Per i minori e le donne i progressi da intraprendere sono enormi, anche se esistono sforzi per migliorare le condizioni di vita di queste persone.

Da notare l’estrema differenza fra i paesi e le grandi città dove si trovano donne istruite ed emancipate e dove si celebrano matrimoni indifferenti alle caste e in cui il rapporto fra i coniugi è paritario.

Nei piccoli centri e nelle campagne dove vivono la maggioranza degli indiani la vita è dura, il lavoro incessante, le condizioni igieniche catastrofiche, l’ignoranza domina ogni aspetto della vita e le donne ne subiscono le conseguenze.

Man mano che mi inoltravo nello studio della condizione della donna indù, la parola ricorrente che ho letto più spesso è: abbandono.

In alcuni dialetti e lingue indiane la parola “vedova”, a sancire il disprezzo in cui era tenuta colei che sopravviveva al marito, racchiude l’intrinseco significato di “donna di malaffare”. Oggi in certe regioni ed in alcuni, per fortuna circoscritti contesti sociali, l’unica forma tollerata di sopravvivenza per queste donne è la vita d’elemosina a cui vengono costrette dalle famiglie.

Fra gli strati più poveri dell’India la vedova è considerata una inutile bocca da sfamare, e le viene inflitta una punizione forse peggiore del Sati, viene abbandonata a se stessa, vivrà di elemosine o di poche rupie che racimolerà pregando per la buona reincarnazione di qualche uomo defunto; se il marito avrà provveduto a fornirla di una piccola pensione, riuscirà a sopravvivere ma condurrà una vita di stenti per il resto della sua vita,

L’uomo rimasto vedovo può abbandonare i figli avuti dalla moglie in modo da non creare contrasti nel nuovo matrimonio e con gli eventuali futuri figli.

La donna che partorisce solo figlie femmine o che non riesce ad avere figli è sicuramente abbandonata dal marito che pretende un figlio maschio.

I figli di madri nubili, malformati o con handicap, vengono abbandonati perché le malformazioni sono considerate impure.

Le donne praticano l’aborto selettivo quando sanno che partoriranno una femmina o l’infanticidio subito dopo la nascita, quando sono troppo povere per mantenere una figlia che procurerà solo preoccupazioni e sono spesso accolte sin dalla nascita come un insopportabile fardello. Da questo ad arrivare a convincersi che le donne sono solo un peso per la famiglia, il passo è breve.

La consuetudine della dote sta distruggendo il tessuto sociale di larghe zone di questo immenso paese. Le famiglie si indebitano per fornire alle figlie una dote adeguata ma troppo spesso questo non è sufficiente per soddisfare le pretese del marito e della sua famiglia ed è causa di maltrattamenti ed uxoricidi nel caso di famiglie insolventi e di rovina economica per le famiglie delle giovani spose.

Al problema sociale della dote, un altro fattore si è aggiunto alle vicissitudini delle donne indiane. Il loro desiderio di emanciparsi, di studiare, di non fare un lavoro da schiave, di non accettare di vivere chiuse in casa, viene contrastato dagli uomini che vorrebbero rigettarle in un sistema retrogrado e medievale.

Le donne vogliono sorgere ad una nuova vita sociale ed una parte degli uomini vogliono costringerle ad una vita di sottomissione, per questo vengono brutalizzate e violentate.

Nessuno le aiuta, la famiglia subisce questa vergogna in silenzio, la polizia chiude tutte e due gli occhi, sono uomini anche loro…

Nella moderna realtà le turiste occidentali sono scoraggiate ad intraprendere viaggi in India da sole, un po’ ovunque sorgono alberghi per sole donne, dove anche il personale è composto da donne.

Nancy Lockwood della Società per la gestione delle risorse umane, la più grande associazione di risorse umane con membri in 140 paesi, scrive che negli ultimi due decenni o giù di lì, il cambiamento sociale in India è in drammatico contrasto con le aspettative della cultura tradizionale indiana. Questi cambiamenti hanno portato le famiglie indiane a dare opportunità di istruzione alle ragazze, accettato che le donne lavorino fuori casa, perseguendo una carriera e aprendo la possibilità a queste ultime di raggiungere ruoli manageriali aziendali. Lockwood sostiene che il cambiamento è lento, ma la portata del cambiamento culturale può essere rilevata dal fatto che in India, su 397 milioni di lavoratori, 124 milioni sono ora donne. 

Le questioni per l’emancipazione delle donne indiane sono molto più gravi e complesse di quelle presenti nel mondo occidentale. Ad esse si aggiunge un fattore determinante, la religione induista nega alle donne le stesse possibilità che possiedono gli uomini e infine di ricevere una più gratificante reincarnazione, le donne quindi possono solo sperare di rinascere uomini.

l’India è stato il primo grande paese ad avere una donna a capo del governo: Indira Gandi nel 1966, e suo figlio, il primo ministro Rajiv Gandi e la moglie Sonia Maino dichiaravano nel dicembre del 1985: “Non siamo contro la religione, ma contro la politica della religione, cioè contro la religione usata come strumento politico e contro la politica che la religione stessa crea intorno a sé…” si riferivano in particolare al ruolo secondario cui sono relegate le donne dalla tradizione religiosa.

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