• Libra Adri

La crisi… ma nel benessere.



Esistono milioni di bambini che si considerano fortunati se riescono a mangiare una volta al giorno, un paio di scarpe è un sogno irraggiungibile, posseggono solo i panni che indossano, a otto/dieci anni si offrono di portarti i bagagli, attraversano la città con i loro carretti come animali da soma, lavorano nelle discariche, spalano gli escrementi dalle strade e chiedono l’elemosina…

Potrei continuare con decine di esempi, li ho visti questi bimbi che ancora piccoli hanno gli occhi già così tristi che ti stringono il cuore.

Mi aspettavano fuori dall’albergo, allungavano la mano ma io compravo loro dei cartocci di riso arrostito, almeno per quel giorno avrebbero mangiato; ne arrivavano subito altri dieci, non chiedevano, mi guardavano, il loro sguardo non si può descrivere, mi bruciavano gli occhi per le lacrime trattenute. Compravo altri cartocci, tacitavo la mia coscienza ma ero consapevole che era solo una goccia, mi sarei aspettata che me li strappassero di mano, invece se li dividevano con dignità, la loro miseria li rendeva solidali.

Mangiavano con moderazione, trattenevano il cibo in bocca per ammorbidire il riso ed assaporarlo meglio, per farlo durare più a lungo, conservavano un po’ di riso per mangiarlo in seguito, quando i morsi della fame si sarebbero fatti risentire.

Ormai era diventata una consuetudine, tutte le mattine mi aspettavano, il portiere mi raccontava che la mattina presto un gruppetto di bambini già mi aspettava, quando diventavano troppi ne mandava via una parte e loro si davano il cambio giorno dopo giorno.

Mi aspettavano anche il giorno della mia partenza, li salutai e loro presero la mia mano, la portarono alla fronte e per la prima volta mi sorrisero. Quel sorriso mi commosse come la loro fame, riconoscenza, affetto, speranza, c’era tutto in quel sorriso. Non ebbi il coraggio di voltarmi, non volevo che vedessero la mia commozione, pregai Dio che qualcun altro mi sostituisse in quel piccolo rito del cartoccio di riso.

Durante uno dei miei viaggi, ero seduta in un piccolo ristorante; in una città di dieci milioni di abitanti, poche decine di migliaia di bambini che vagano soli per le strade sono una minima percentuale e non destano nessuna sorpresa. Nessuno badava a questo bimbo magro e sporco, di un’età indefinibile, mi osservava mentre mangiavo, guardai il cameriere che mi fece un cenno di assenso, invitai il bambino a sedersi e ordinai un piatto di riso fritto anche per lui, guardava il piatto pieno e guardava me, gli brillavano gli occhi, le posate non le degnò di uno sguardo, si guardò le dita, erano sporche, se le pulì sulla maglietta ancora più sporca, gli sorrisi e lui prese coraggio e con la mano si portò il cibo alla bocca, mangiava serio e intento, ingoiava in fretta, forse aveva paura che lo buttassero fuori dal locale prima che avesse finito, mangiò anche l’ultimo chicco di riso, mi guardò con riconoscenza, mi sorrise, aveva uno spazio vuoto fra i denti, ‘terima kasih’ disse e scappò.

Solo un paio di aneddoti che mi hanno cambiato la vita, sono trascorsi gli anni ma ci sono situazioni che mi riportano alla memoria quei piccoli bambini incontrati a Calcutta, Mumbai, Manila, Giakarta, tutti con lo stesso sguardo senza gioia, come se già conoscessero la vita di stenti che li aspetta.


I bambini non capiscono perché soffrono ma quella sofferenza avrà aperto delle ferite che non guariranno mai.

Ogni volta che in un ristorante o in casa di amici debbo assistere alla pietosa scena di un bambino che strepita perché non ha le sue crocchette o la sua polpetta preferita, le patatine fritte, la bevanda gassata, mi tornano alla mente quei bambini che si sfamavano col riso abbrustolito che riempiva i loro stomaci, dando una sensazione di sazietà.

Ci sono due ottimi sistemi per capire come mutano le abitudini, uno è osservare la gente nei supermercati, quello che comprano, sono un segnale preciso di come si evolvono le preferenze della gente e l’altro è guardare nel secchio della spazzatura di una normale famiglia italiana. Mi scoraggia e spaventa lo spreco che si porta avanti per preparare questi cibi, con gli avanzi di produzione e con quello che la gente getta nella spazzatura si potrebbero sfamare migliaia di bambini affamati e sono tanti.

Gli italiani sono sempre pronti a fare una donazione di due euro con un colpo di telefono ma con gli occhi chiusi per non vedere ….

Ricordo mia nonna ed anche mia madre che prima di gettare nei rifiuti un pezzo di pane ammuffito, si facevano il segno della croce, con troppa leggerezza oggi si butta del buon cibo solo perché è avanzato e nessuno lo vuole più.

Fra i tanti insegnamenti che mi sono stati inculcati da bambina, vi era una cosa su cui non si poteva transigere, mangiare tutto quello che c’era nel piatto.

Questo insegnamento mi ha aiutato molto, non ho prevenzioni sui cibi di qualsiasi parte del mondo, purché sia cotto e nella mia vita ho mangiato di tutto.

Ho sentito centinaia di volte adulti e bambini chiedere, di fronte ad un cibo nuovo, ‘che cosa è? che sapore ha?’ rispondo sempre ‘provalo e ne parliamo’ prevenuti e schifati preferiscono non mangiare.

Questo cambiamento dei costumi non si concentra solo sul modo di mangiare ma sui vari aspetti della vita di tutti i giorni, i genitori seguendo questa tendenza, non hanno tempo per insegnare ai figli un comportamento alimentare civile, sono troppo occupati a litigare fra di loro ed i pretesti sono tanto, l’educazione dei figli, le spese di casa, il cibo messo in tavola, preparato senza fantasia, senza amore, più attenti al tempo che si impiega per cucinarlo che al sapore ed al valore nutritivo.

Non c’è da stare allegri…. è nella vita di tutti i giorni e nelle piccole scelte quotidiane, apparentemente insignificanti, che scegliamo se essere delle persone vere o dei superficiali, con il loro esempio i genitori insegnano ai figli che si può farla franca, che sia facile passarla liscia e gli adolescenti spesso non ricevono né un insegnamento, né un rimprovero e non hanno ancora capito che essere educati significa essere rispettosi verso gli altri ma anche verso se stessi, sia col comportamento che con le parole.


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