• Libra Adri

L’ultima generazione felice.


Oggi i ragazzi entrano in casa e la trovano vuota, forse avrebbero bisogno di parlare, ma con chi?… mamma e papà sono fuori, “tesoro, la cena è nel forno, torniamo tardi, ci vediamo domani, se ti serve qualcosa ho messo i soldi sotto il barattolo del caffè”, a chi chiedere un consiglio?, da chi avere una parola di incoraggiamento?…non rimane loro che Facebook !….

La famiglia non è più in molti casi, il punto di partenza e di arrivo della nostra vita ma quasi un passaggio obbligato o inevitabile; nel passato, tutto si faceva in funzione della famiglia e anche se a volte le regole che ci venivano imposte ci sembravano pesanti, la saldezza dell’unità famigliare era una costante che ci rassicurava, non sarebbe mai venuto meno il suo aiuto quando ne avessimo avuto bisogno.


  Quando mio padre raccontava a noi bambini della sua infanzia, i suoi occhi si accendevano di una luce nostalgica; infanzia vissuta in parte in campagna, le corse nei campi con i figli del fattore, le fionde sempre pronte per catturare qualche uccelletto da portare in cucina, tutto era utile; la raccolta delle more, le fascine per il camino, anche lavoro ma compiuto come un gioco spensierato. Se mio padre si fermava, “Ancora, ancora” gridavamo ascoltando rapiti il racconto delle sue avventure, in parte frutto della sua fantasia, ma non aveva importanza, erano le nostre favole ed eravamo felici di sognare insieme con lui. 

“Fuori” dal mondo di mio padre bambino, c’era la guerra, ma che ne sapeva lui di questa sciagura, non era ancora stato sfiorato dal dolore, non desiderava altro che continuare a fare il bagno nel torrente, camminare nel bosco che appariva ai suoi occhi come un luogo magico e misterioso, la cascina dove viveva era il suo mondo e a volte, se la nostalgia della sua mamma lo assaliva, c’era il largo petto della moglie del fattore su cui adagiare il capo, ma solo per un breve istante e poi le mani ruvide della Maria lo scuotevano e il momento di tristezza era già passato. 

Bambini messi al riparo dalle brutture della guerra, nella campagna lontana dalle grandi città, vivevano una vita fatta di cose semplici, la scuola del borgo, le lezioni di catechismo del vecchio prete, la zuppa di verdure con il pane raffermo sul fondo della scodella, la frittata di cipolle era un lusso, per via delle uova che non si dovevano sprecare, preziosa merce di scambio, il latte appena munto dell’unica vaccarella che era rimasta nella stalla, lo zucchero era raro ma il miele era molto più buono. 

Quando la guerra finì, mia nonna andò a riprendere il figlio dal luogo protetto dove aveva trascorso quella lunga, felice e spensierata stagione. Mio padre amava la sua mamma ma, se avesse potuto scegliere sarebbe rimasto a vivere e a giocare con i suoi amici ancora per un po’ ma in quegli anni i bambini non potevano permettersi di protestare e mio padre salì sulla corriera che lo riportava in città. Da bambino sensibile quale era, mio padre avvertiva che in casa aleggiava un’atmosfera che non sapeva definire, tante cose erano cambiate, il viso del nonno aveva rughe che lui non ricordava e nuovi fili bianchi fra i capelli di sua madre che con gli occhi tristi gli diceva di non correre in casa, lui che aveva corso libero fino a pochi giorni prima, le porte si dovevano aprire e chiudere in silenzio, a tavola il servizio di piatti era quello bello che lui ricordava, ma la minestra era “leggera”; la mamma che ripeteva di non sbattere il cucchiaio, lo zio che ancora non tornava dalla Russia…. 

Con tante difficoltà ma tanta perseveranza, tornarono gli anni sereni ma per mio padre e per i fortunati bambini come lui, il pensiero della sua felice infanzia si cristallizzò in un ricordo fantastico. La mia generazione beneficiò della buona disposizione dei nostri genitori che, vissuti in anni difficili, avevano conosciuto privazioni e sofferenze, non volevano privare i loro figli della felicità insita nella loro età, cercavano di proteggerli imponendo delle regole, brontolavano, ma in fondo erano indulgenti. Per noi adolescenti, sempre rassicurati dalla presenza protettrice della famiglia, oltre al sacrosanto studio, c’erano le vacanze al mare, le scampagnate in bicicletta, le festicciole in casa, flirt e baci innocenti, una sigaretta fumata di nascosto, il rossetto messo e tolto sulle scale di casa. 

Oggi ci sono le discoteche, pasticche e l’alcool camuffato da bibite, il rientro a casa alle prime ore del mattino… se ce la fanno a rientrare… Noi pensavamo a prenderci il diploma, i più avrebbero cercato un lavoro, andare all’università era un privilegio per pochi, non perchè non esistesse il diritto di ognuno allo studio ma perché i soldi erano pochi e le tasse universitarie, i libri di testo, a volte il trasferimento in un’altra città, era un costo che poche famiglie potevano permettersi. I genitori dovevano ponderare con oculatezza quanto denaro potevano distogliere dai conti della spesa per tutta la famiglia e chi non aveva un padre benestante, si affrettava a dare più esami possibile per finire gli studi e non essere di peso. 

Ricordo un ragazzo, a metà mattinata apriva il pacchetto della sua merenda, tolta la mollica da un panino, era stato riempito di verdura ripassata in padella, il profumo era delizioso ma la sostanza era poca ma quello era ciò che poteva permettersi. Dopo quel giorno rinunciai alla mia merenda comprata al bar, non riuscivo ad ingoiare il boccone, un poco mi vergognavo. Dopo molti anni seppi che quel ragazzo era diventato il primario di un importante ospedale romano. 

Dimenticàti i sacrifici e le rinunce, a quei genitori rimaneva l’orgoglio di aver contribuito al successo di un figlio che li ricompensava con la sua gratitudine e ancora una volta ci si ritrovava fra le braccia della famiglia. Oggi ci si iscrive all’università ma non si da un esame ed a volte, genitori ignari continuano a pagare. 

Non molti anni fa possedere e mantenere un’auto era un lusso che pochi potevano permettersi, oggi un ragazzo a diciotto anni pretende patente e auto, un binomio inscindibile. Quand’anche avesse conseguito un risultato, cosa ha fatto per meritarlo se non studiare per il suo futuro? Come potrà mantenere l’auto se non con i soldi di papà ? Un tempo le famiglie erano le cellule che formavano il corpo della società, oggi che le famiglie hanno perso di spessore e di unità, tutti troppo chiusi nel proprio egoismo, nessuno vuole prendere coscienza che la nostra società sta decadendo, attratta da valori che tali non sono, nessuno vuole riconoscere che la sua strada è stata spianata dai sacrifici di altri. Quello che per me giovane donna cresciuta nella certezza delle tradizioni, fu una conquista, oggi non viene più considerato degno di riflessione, tutto troppo facile, ottenuto senza sforzo, senza sacrifici, anzi dovuto. 

Aver voluto spianare la strada dei nostri figli, sollevarli da qualsiasi responsabilità ha creato più generazioni di ragazzi viziati che pensano solo ai beni materiali, che riempiono il vuoto che hanno dentro a volte con droghe e alcool. L’aver viziato i nostri figli oltre il ragionevole è stato l’errore distruttivo della nostra società, è stato quello di far loro assumere che tutto è dovuto. 

Si dona ai figli prima ancora che chiedano, tanto da indurli a non avere desideri, sogni e la volontà per realizzarli. L’ora della cena era l’unico momento della giornata in cui tutti i componenti della mia famiglia si riunivano, quindi prima si cenava insieme e poi si poteva uscire. Il senso del dovere e della responsabilità ci frenavano, il rispetto prima di tutto verso noi stessi e verso i nostri genitori che ci davano fiducia, ci induceva a riflettere, a non essere avventati e senza lontanamente immaginarlo, i giovani della mia epoca spensierati nonostante i sacrifici e le responsabilità che sapevamo di dover affrontare, furono l’ultima generazione felice.


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