• Libra Adri

Kalimantan, la terra dei "più".

Tornati a Kota Kinabalu, riconsegnammo la jeep sotto gli sguardi alquanto stupiti degli impiegati dell’ufficio. Eravamo sicuri che l’autista avrebbe fatto un resoconto dettagliato delle nostre avventure, esaltandole un poco per evidenziare la sua bravura; salutammo la nostra guida, prendemmo un taxi e ci dirigemmo verso il nostro albergo, ma soprattutto verso una camera da bagno per crogiolarmi in un bagno caldo e profumato. 

L’avventura è bella ma mi volevo accertare che non avessi portato con me qualche bestiolina indesiderata…. 

Eravamo un po’ stanchi e ci prendemmo un giorno di riposo andando in giro per  il centro commerciale che era anche il luogo dove i giovani della città si incontravano.

Cenammo in un ristorante cinese, ci godemmo un po’ di fresco sul lungo mare, rilassati e soddisfatti andammo a dormire.

In albergo, non so’ come,  tutti sapevano della nostra avventura e ci guardano incuriositi; qualcuno si fece coraggio e ci pose delle domande…. senza essercene resi conto forse avevamo aperto una strada, con sviluppi che allora non immaginavamo.


Avevamo due località da visitare: le isole del parco marino ed il trekking sul monte Kinabalu.

Decidemmo di iniziare dalle isole. Forniti di cappello, non dimenticando che eravamo proprio sotto l’equatore, costume da bagno e asciugamano, ci dirigemmo verso il porto.  Mio marito ed io ci siamo sempre divisi i compiti, nella vita di tutti i giorni ed anche in vacanza; questa volta lui ispezionava il motore della barca ed io osservavo lo skipper, il linguaggio del corpo racconta tante cose a chi sa osservare. Giungemmo ad un buon compromesso sul prezzo e partimmo.

Impiegammo circa un’ora per giungere sull’isola che avevamo scelto, guardare il fondale che si intravedeva chiaramente tanto era cristallina l’acqua, indossare maschera e pinne e tuffarci fu un tutt’uno.

Stavamo nuotando in un acquario, coralli vivi dal color porpora all’arancio, pesci corallini che vivevano in simbiosi con gli anemoni di mare, piccoli acanturidi che ci beccavano sulla maschera perché avevamo invaso la loro “casa”, spirografi che con un guizzo si ritiravano al brusco movimento dell’acqua… era una gioia indicibile mescolarsi a loro per osservarli ed ammirarli. L’acqua era fin troppo calda ed ogni tanto ci tuffavamo in profondità per trovare un pochino di fresco. Senza una crema a protezione totale ci  saremmo cotti per tutta la metà posteriore.

Ogni giorno un fondale diverso ma sempre spettacolare. Dopo l’immersione sbarcavamo in un angolino di spiaggia riparato ed ombroso e ci servivano del pesce cotto sulla brace,  un’ananas o una papaia dolcissima e dopo un breve riposo tornavamo in albergo per una doccia, la cena, una passeggiata e il meritato riposo dopo una giornata trascorsa in mare, con gli occhi ancora pieni delle meraviglie di cui avevamo goduto e la sana stanchezza per le ore trascorse in acqua.

Il monte Kinabalu ed il suo parco ci aspettava. Non avevamo intenzione di salire sino in cima, volevamo vedere le piante straordinarie che crescevano sulle sue pendici. Era un trekking un po’ duro ma non una scalata. 

Partimmo con entusiasmo di mattina piuttosto presto; conoscevamo le condizioni ambientali ma l’umidità che in quella stagione arriva al 90% con una temperatura di almeno 30 gradi all’ombra in aggiunta allo sforzo ed il sole bruciante, dopo mezz’ora di tranquilla ascesa grondavamo sudore. Incrociavamo altri che, essendo partiti all’alba col fresco, scendevano dal monte, i loro visi erano stravolti dalla stanchezza.

 Il sentiero che si inerpicava all’interno della riserva naturale era ben tenuto, i tratti più difficili erano curati, piccoli ponticelli di legno permettevano il guado dei ruscelli che scendevano dalla montagna, dopo una curva incontrammo una piccola cascata, il posto era ombroso e ci fermammo a riposare. 

Improvvisamente dei nuvoloni si addensarono e venne giù un acquazzone, tagliammo due foglie di banano e ci riparammo dalla pioggia continuando a salire. 


Più tardi ci sedemmo di nuovo su di un masso e guardandomi intorno, vidi il muschio che cresceva sulle rocce bagnate dalla ennesima cascata, le felci verde smeraldo e un grappolo di piccole orchidee viola che spuntavano fra le rocce e poco più oltre un magnifico serpente corallo che forse aspettava la sua preda oppure sonnecchiava.  

Ci ritenemmo soddisfatti della nostra passeggiata e iniziammo la discesa, sbocconcellando la merenda che ci eravamo portati.

Il Borneo è la terra del “più”: il fiore più grande del mondo, lo scoiattolo più piccolo, le grotte più ampie, gli alberi dal legno piu` pregiato, le tigri più belle (ormai anche le ultime), la farfalla più rara, le orchidee più colorate….

Nel giardino botanico di Singapore avevamo ammirato orchidee meravigliose, di tutti i colori e di ogni grandezza, ma vederle crescere spontanee nella foresta sulle pendici del Kinabalu, fu una piacevole sorpresa. La natura ha espresso il massimo della bellezza in questo fiore e noi non possiamo che ammirarlo con meraviglia ed umilta`. 

Questa avventura era giunta al termine ma il mio pensiero gia` correva alla successiva.


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