• Libra Adri

Jamaica dolce e amara.

Benchè ci si metta d’impegno per organizzare la nostra vacanza nel migliore dei modi, a volte capita che non tutto vada come si vorrebbe. 

Ci si mettono di mezzo gli scioperi, le avversità metereologiche, i bagagli che si smarriscono, ritardi che partono da lontano. A volte sembra una congiura per rovinarti a tutti i costi il sognato viaggio.


Andammo in Jamaica, era il mese di dicembre, partenza da Milano-Malpensa; l’aeroporto si copre di un leggero manto di neve, all’apparenza innocuo e molto caratteristico. Mio marito ed io, già andando all’aeroporto e guardando i larghi fiocchi di neve che delicatamente si posano ovunque, temiamo per il nostro volo. In aeroporto, sono le nove di mattina, tutto il personale di terra della Lauda Air sparisce e per trecento persone comincia una lunga attesa. A mezzogiorno ci offrono il pranzo ma del personale neanche l’ombra, alle cinque del pomeriggio un distinto signore sale su di un sedile e ci informa che essendo trascorse otte ore e dell’aereo non si vede neppure l’ombra, abbiamo diritto al rimborso del biglietto ed a un risarcimento. La gente che fino a quel momento si è mantenuta calma e corretta, comincia a spazientirsi, alle sei del pomeriggio le persone in attesa sono ormai allo stremo della pazienza, cominciarono a rumoreggiare, giusto in tempo entra una hostess che annuncia l’inizio dell’imbarco. Non abbiamo mai saputo il perchè di quel ritardo.

Finalmente arriviamo a Montego Bay, ma dei nostri bagagli neppure l’ombra. Un incaricato della compagnia ci accompagna nell’ufficio “lost and found” per la denuncia dello smarrimento, ci consegna un set di emergenza, 100 dollari americani e ci assicura che entro due giorni il nostro bagaglio tornerà in nostro possesso… ci avvertiranno loro. Siamo stanchi ma non ci facciamo prendere dallo sconforto, siamo in vacanza, prendiamo una macchina in affitto, preleviamo un po` di denaro contante e ci dirigiamo verso il villaggio turistico dove abbiamo affittato un bungalow… è solo al terzo giorno che ci consegneranno il bagaglio.


Il nome “Jamaica” deriva dalla parola con cui i primi abitanti, gli Arawak, denominavano l’isola: Xaymaca, che significa “paese delle foreste e delle acque”. La vegetazione jamaicana è infatti prodigiosa.  




La zona costiera dell’isola è caratterizzata da spiagge di bianca sabbia corallina, queste spiagge e il mare cristallino dagli stupefacenti colori, fanno dei litorali jamaicani, i paesaggi fra i più famosi al mondo e fra i più visitati dai turisti. Un po` stanchi di spiagge e mare, decidiamo di visitare la capitale Kingston, ci riversiamo immediatamente all’interno del pittoresco ed affollatissimo Musgrave Market, dove la Jamaica offre il meglio di se, accogliendoci con un’intensa esplosione di colori, odori e suoni. Ci sono decine di banchi che offrono un’infinità di frutti come banane, guava, cocchi, manghi, star apple, ma anche altri che arrostiscono grasse costolette di maiale, lasciando nell’aria intensi profumi. Comprendiamo ben poco di quanto udiamo, la maggior parte dei venditori parlano il dialetto (patois) un misto di parole inglesi storpiate, spagnole, ma soprattutto africane. Con qualche difficoltà ma molto divertiti da questa simpaticissima gente che mostra tutto il suo calore nelle vivaci contrattazioni, acquistiamo qualche maglietta e della buonissima frutta fresca. Troviamo anche un grosso mercato che vende paccottiglia per turisti a prezzi da rapina, qui una semplice t-shirt costa un’occhio della testa ma il tutto è ampiamente giustificato, poiché i turisti più numerosi sono i facoltosi yankees che sbarcano giornalmente dalle navi da crociera, non sanno contrattare e pagano quello che viene loro chiesto. La “fortuna” della Jamaica inizio` quando gli statunitensi abbandonarono Cuba. I ricchi turisti americani “scoprirono” la Jamaica e le sue bellezze naturali. Purtroppo Kingston si è guadagnata la triste fama di essere una delle città più violente del mondo. rappresenta ancora oggi la mecca di tutti i poveri giamaicani in cerca di fortuna, che finiscono quasi sempre per accrescere le baraccopoli presenti ai margini della città. Alcune zone della città sono totalmente out per gli stranieri che qui rischierebbero la pelle per un niente. Girando sfaccendati per la città conosciamo un giovane, ci racconta che ha un regolare lavoro ma che per arrotondare il suo stipendio si presta a fare la guida turistica. Ci confessa che pochi giorni di questo secondo lavoro gli danno da vivere dignitosamente per tutto il mese. Spesso però molti stranieri hanno paura, non si fidano e non di rado lui deve elargire una piccola “offerta” ai poliziotti, in quanto la sua posizione è chiaramente illegale. Il giovanotto continua dicendoci che difficilmente il suo paese riuscirà ad uscire dalla stato in cui versa, poiché la gente ragiona ancora secondo antiche abitudini spesso legate alla condizione di vita degli schiavi, alla quale è stata sottoposta per secoli. Rimaniano colpiti dalla lucidità dell’analisi fatta e dalle parole del ragazzo. Ci confessa che si è aperto con noi su di un argomento alquanto spinoso, perché sediamo in un bar per la gente di “colore” senza pregiudizi, senza sentirci superiori perché bianchi e benestanti. Troppo spesso il turista è attratto unicamente dalle bellezze naturali di un posto e la gente locale è buona solo per essere fotografata e mostrarta agli amici alla fine della vacanza.. La nostra vacanza è finita, non sappiamo se torneremo mai in Jamaica, sappiamo solo che quest”isola magnifica, i suoi paesaggi stupendi, il suo mare fra i più belli al mondo, la sua gente, il cui sorriso non sempre arriva sino agli occhi, ci ha lasciato un ricordo dolce e amaro che è diventato parte di noi e che non dimenticheremo.


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