• Libra Adri

Il mare nel sangue.


Avevamo iniziato da giovanissimi in un circolo nautico con piccoli entusiasmanti scafi a deriva e pian pianino approdati ad imbarcazioni sempre più grandi fino ad innamorarci di un meraviglioso Ketch da 11m. Uno sloop ha un solo albero ed il ketch ne ha due e quello di poppa si trova all’interno rispetto alla pala del timone. La barca era uno Stefini 36′ Atlantic.



Lunghezza mt. 11,00

Larghezza mt. 3,60

immersione mt. 1,60

Dislocamento Ton. 6,00

Velatura mq 90

motore HP 70 Mercedes

Cuccette num. 7


Un vecchio viaggiatore diceva: “posso andare dappertutto ma debbo dormire comodo e mangiare anche meglio” e noi scegliemmo la nostra barca proprio basandoci su questo principio che ci calzava perfettamente. Andare per mare sempre zuppi ed infreddoliti, mangiare tutto freddo non ci entusiasmava più di tanto ma la nostra barca era una perfetta combinazione di comodità, sicurezza, navigazione tranquilla e manovrabilità dato che che oltre a me: il Comandante, marinaio, specialista e subacqueo disponevo solo di un mozzo: mia moglie che già era tanto che genuinamente si entusiasmava con me e mi seguiva. Purtroppo il costo della barca era oltre le nostre disponibilità e non intendevamo fare debiti per un progetto del genere. Nulla doveva mancare alla famiglia ed ai figli che comunque erano già molto in avanti verso la fine degli studi. Trovammo quella che faceva per noi in un cantiere di Viareggio, quasi abbandonata con svariati problemi ma integra nella struttura. La chiamammo “Genesis”


Ce la accaparrammo per un prezzo molto ragionevole, con il programma di lavorarci su fino a consumarci i gomiti per ripristinare l’antico splendore. Per i patiti della velocità e delle regate, la nostra Genesis era una “papera”, con gli alti bordi di opera morta eravamo oggetto a scarrocci e la nostra velocità max solo 8-9 nodi ma sottocoperta potevamo camminare in piedi e non carponi come nelle barche da regata e noi non avevamo fretta. La sistemammo nei capannoni di un cantiere navale a Viareggio e spendemmo tutti i fine settimana e le ferie di due anni consecutivi facendo i 400km che separano Roma da Viareggio. Il lavoro esterno competeva ai tecnici del cantiere che dovevano sabbiare tutta la superficie dell’opera viva (la parte che navigando resta sommersa), tutto il resto era di nostra competenza, dagli interni al catalogare tutta l’attrezzatura nautica ancora utilizzabile e ripristinare tutto quello mancante: dall’ancora alle vele. Sbarcare il motore e revisionarlo, ispezionare, pulire e sistemare la sentina e il paiolato (pavimento) di tutti gli interni, ripristinare la tenuta di tutti gli ombrinali del pozzetto… Fu un lavoro importante e duro, in quanto tutti i dettagli di una imbarcazione che naviga sono importanti per la vita di coloro che da questi dettagli dipendono. Tutti i liquidi e quindi anche le perdite di olio del motore confluiscono in un sol punto dove una pompa elettrica automatica ed una meccanica di emergenza li travasano in mare. Togliemmo chili di sporco e grasso incrostato nella sentina, portammo a nuovo tutta la superficie e la verniciammo di bianco in modo che anche una sola goccia di olio sarebbe stata immediatamente visibile. Arrivò il giorno che la superficie esterna dello scafo completamente rinforzata e riverniciata fu completata e potemmo varare la nuova Genesis. La visita di controllo della capitaneria di porto per la necessaria omologazione delle attrezzature venne a bordo ed ispezionarono tutta l’imbarcazione ed i complimenti degli ispettori non ci trovarono impreparati quando videro la sentina e la sala motore, restarono a bocca aperta e noi, io ed il mozzo ringraziammo con aria di superiorità. Fu il periodo più impegnativo con le prove motori, la taratura della bussola e l’istallazione di tutta la parte elettrica ed elettronica e di navigazione. Durante l’inverno avevamo visitato le principali mostre di nautica a Genova e a Southampton ed acquistato la stazione del vento, barometro, autopilota ed un sofisticato software per la navigazione che comprendeva tutte le carte nautiche del mondo intero.


Arrivò anche il giorno che fummo pronti a navigare e lasciammo Viareggio dove avevamo tanto lavorato ma anche visitato estesamente quella parte della Toscana e tutti i ristoranti di Viareggio e dintorni. In particolare un piccolo ristorantino “da Giulio” in darsena; aveva iniziato come una paninoteca ma già quando ci andammo a mangiare per la prima volta, aveva messo qualche tavolo dove si succedevano in vari turni le maestranze ed i dirigenti dei vari cantieri. Dopo qualche anno si sistemò così bene che era nominato con grandi elogi nella guida Michelin. Noi avevamo provato con grande soddisfazione l’intero repertorio del loro menù, perchè Giulio aveva una moglie che era una cuoca da 10+. Dopo un viaggetto iniziale fino alla Maddalena, ci dirigemmo verso quella che sarebbe divenuta la nostra base: il porto turistico di Nettuno a sud di Roma. Da quì era facile andare dappertutto nel Mediterraneo e Ponza, Ventotene, Ischia erano mete a breve distanza. Un giorno, ormeggiò accanto a noi un catamarano con una coppia di tedeschi che venivano dal mare del nord ed iniziammo a pensare e programmare di andare con loro in Grecia e Turchia. Avendo investito tanto nella nostra barca, ci interessammo per stipulare un’assicurazione, non tanto per coprire piccoli danni che sempre possono accadere ma il solo evento della perdita totale. In uno dei nostri viaggi, avevamo evitato per caso di scontrarci con una bombola di gas abbandonata in acqua al largo di Ventotene e se ci avesse colpito, anche solo a 6 nodi, avrebbe probabilmente aperto una falla che non avremmo potuto controllare. Comunque considerammo doveroso e prudente prendere in considerazione il rischio di un evento disastroso. Con nostro grande stupore accertammo che nessuna compagnia di assicurazione è disposta a coprire un tale rischio ma qualcosa di molto più limitato e che si prestava ad ulteriori riduzioni in caso l’evento fosse occorso. Avevamo in programma in un futuro prossimo di dirigerci verso il sud-est asiatico passando Suez ma a queste condizioni diventava un azzardo che non ci sentimmo di affrontare. Visto come le cose sono poi andate sviluppandosi con bande di pirati nel Mar Rosso, al largo dell’India, attorno alla Malesia e nelle Filippine, fu saggio da parte nostra vendere la nostra Genesis ricavando un ottimo prezzo anche se fu una decisione molto, molto sofferta.


http://www.mixpod.com/playlist/89257925

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