• Libra Adri

Il lume dell’intelletto.


Non passa mese che io non legga di uno scrittore, un attore, una persona famosa o di qualcuno che ho conosciuto o di cui ho sentito parlare che abbia scoperto di essere colpito da demenza senile.

Solo una minima parte dei malati può imputarne la causa ad un fattore genetico, per la stragrande maggioranza non se ne conosce ancora la causa e la cura.

Gli inizi della malattia sono subdoli, chi non ha mai dimenticato un nome, la lista della spesa, gli occhiali, le chiavi della macchina, piccole cose che capitano a tutti; da questo, pensare che la demenza sia alle porte, sembra un’esagerazione, vero fintantoché si è giovani….. quando le stesse cose accadono in avanti con gli anni, bisogna fare attenzione che questo disturbo non nasconda patologie più gravi.

Mia madre era ancora abbastanza giovane ma realizzai che non era più quella di un tempo, ma non mi allarmai più di tanto. L’accompagnai dal suo medico che ci rassicurò, una piccola perdita di memoria è fisiologica, non c’era da preoccuparsi.

Quando anche lei capì che qualcosa stava cambiando, iniziò ad usare dei piccoli espedienti per mascherare il fatto che dimenticava troppe cose della sua vita. Era determinata a nascondere a tutti, anche a se stessa, che esisteva un problema, viveva la malattia, qualsiasi malattia, quasi fosse una vergogna.

Quando l’accompagnai di nuovo dal suo medico, ero preoccupata. Lei con una pretesa sicurezza, cercò di minimizzare, ma il dottore che la conosceva da anni, mi suggerì di prendere un appuntamento presso un centro specializzato.

Arrivò il giorno fatidico, mia madre si era preparata, era sicura di superare l’esame con la sua usuale disinvoltura. I medici le posero tante domande, lei con sicurezza aveva una risposta plausibile a tutto. Io assistevo sorpresa alla sua performance, i dottori mi guardavano come a dirmi “sua madre sta bene, perché ci fa perdere tempo?”


Ritornai a casa ancora più preoccupata che rassicurata…… passarono sei mesi e la memoria di mia madre continuava a peggiorare. 


Ricordo un giorno in cui dovetti andare dai carabinieri per ritirare una denuncia di furto che mia madre aveva sporto contro la sua collaboratrice domestica, una povera donna che si guadagnava da vivere lavorando ad ore in varie case del vicinato, la donna mi giurò di non aver rubato nulla e la denuncia l’avrebbe rovinata in quanto non possedeva il permesso di soggiorno.

Da tutta questa vicenda, dovetti prendere atto che la malattia aveva cambiato il comportamento di mia madre, rendendola sospettosa e vendicativa.

In seguito il denaro ‘perso’ fu ritrovato in fondo alla tasca di un cappotto.

Non è facile assistere persone con questa patologia, non è facile trovare persone fidate che vogliono stare loro accanto.

Le sue scuse per giustificare il suo comportamento non erano più sufficienti, decisi di portarla al centro specializzato per un nuovo controllo.

Con una furbizia di cui non la credevo capace, iniziò l’ormai collaudato trucco di fingere una memoria che non aveva, i medici mi guardavano con sospetto, forse pensavano che la malata fossi io, non mia madre.

Infine le rivolsero l’ultima domanda: “la notte dorme?” mia madre pronta rispose: ” io potrei dormire benissimo se mio marito non mi disturbasse con le sue chiacchiere”.

Ci fu un momento di silenzio quasi imbarazzante.

Questa volta non aveva mentito, aveva espresso quello che lei pensava fosse vero, non ricordava che mio padre era morto da molti anni ed i medici lo sapevano.

La guardai sbalordita e spaventata, anche i medici erano interdetti, non riuscivano a credere di essere stati raggirati con tanta facilità, la guardarono sorpresi e con puntiglio ricominciarono le domande, con un nuovo interesse e alla fine dichiararono: “demenza senile di secondo grado”

Nella sua drammaticità, l’annuncio fu un sollievo perché si poteva finalmente combattere la malattia, ma non sapevo a cosa andavo incontro essendo una situazione irreversibile.

Il periodo più difficile è quando la malattia si manifesta. Queste persone perdono quelle remore imposte dalle convenzioni del vivere civile, quelle barriere di comportamento che l’umanità si è imposta; potremmo chiamarle ipocrisie, ma sono regole che ci consentono di rimanere umani. Questi malati, col tempo diventano capricciosi, sospettosi, aggressivi e a volte anche violenti.

Mia madre per tutta la vita aveva vantato la sua indipendenza, arrivò il giorno in cui non fu piú possibile lasciarla sola in casa, avrebbe aperto la porta per andare a passeggio chissà dove e nel contempo non si poteva chiudere la porta a chiave perché sarebbe equivalso ad un sequestro; a dispetto di tante precauzioni, a volte riuscì ad eludere il pur affettuoso controllo di chi l’assisteva, uscì di casa avventurandosi in un mondo che non sapeva più riconoscere. Abitare in un piccolo centro alle porte di Roma fu la sua fortuna, tutti la conoscevano e sapevano… e la accompagnarono a casa.

Molti anni prima, sulla linea A della metro di Roma, incrociai lo sguardo di una anziana donna, aveva una luce smarrita negli occhi, forse si sentiva male, le chiesi se avesse bisogno di aiuto e lei mi rispose: “non so dove mi trovo, voglio andare a casa..”

La presi per mano, alla prima fermata scendemmo, mi rivolsi ad un impiegato della metro che mi indirizzò al posto di polizia, l’affidai a loro; dovevano essere abituati a situazioni del genere, proseguii sicura di aver fatto quanto potevo.

Negli anni che seguirono a volte riaffiorava il ricordo di quello sguardo da bambina impaurita e dopo molto tempo fu uno shock per me vedere la stessa espressione negli occhi di mia madre dopo la sua ennesima ‘fuga’.

Il primo stadio della malattia non impedisce una conversazione, chi le sta accanto cerca di stimolare i suoi ricordi, “mamma ti rammenti….?” le domandavo e lei mi rispondeva “..hai una faccia conosciuta…ma non ricordo il tuo nome…” e la persona che le era stata accanto da una vita la guardava sconsolata.

Nel giro di tre mesi non potevo più rivolgermi a lei chiamandola mamma, si innervosiva, non capiva perché quella sconosciuta le ponesse tante domande, non provava più a rispondermi, girava lo sguardo altrove.

Viveva ormai in un suo mondo, non ricordava l’oggi ma parlava della sua infanzia, presto anche quei ricordi scomparvero nel vuoto della sua mente, camminava, mangiava, guardava senza vedere, neppure nell’incubo più assurdo riuscivo ad immaginare quali pensieri si agitassero nella sua mente.

L’affetto che mi spingeva ad aiutarla, lo sforzo di assisterla, mese dopo mese, senza nessuna conoscenza medica o assistenza specifica, diventava una fatica fisica ed emotiva. Dopo un anno di questa non vita, decisi di cercare una casa di cura che potesse assisterla e curarla con competenza.

Un giorno di aprile, mio marito ed io iniziammo la ricerca di una casa di cura dove poter ricoverare mia madre senza patire troppi rimorsi.

Quel giorno si aprì per me un mondo di cui non sapevo nulla e di cui non sospettavo l’esistenza.

La prima cosa che imparammo fu che esistevano un gran numero di case di cura, per tutte le tasche e per tutte le esigenze. La nostra ricerca metodica ed aperta a tutte le possibilità, ci portò ad entrare in luoghi eleganti o poco più che essenziali, in case per gente che poteva permettersi di pagare rette da capogiro ed altre in cui i pazienti trasferivano la loro piccola pensione sociale e ricevevano lo stretto necessario.

Alcune avevano piscina, palestra, parrucchiere, in altre vi era un solo gabinetto ogni piano. L’unica cosa che tutte avevano in comune era una lista di attesa incredibile.

Visitai con curiosità case di cura che sembravano residence, all’entrata una scenografia creata ad arte per ben impressionare i visitatori ed un lusso senza scopo se non rassicurare chi, pagando, si scaricava la coscienza.

Quando mi meravigliavo delle rette assurde che chiedevano, tutti mi rispondevano che avevano un grande numero di richieste, in parole povere “..se il prezzo non ti sta bene cerca altrove”.

Un direttore con molta sincerità mi disse che l’assistenza delle persone anziane malate era l’affare lucrativo del momento, quindi tutti ne approfittavano, a volte senza troppi scrupoli.

Dopo tanto girare trovammo una casa di cura soddisfacente per le esigenze di mia madre, il personale era composto da infermiere, le stanze con bagno privato erano pulite, la medicheria era professionalmente attrezzata, ogni paziente aveva un letto fornito di sponde di sicurezza, veniva cambiato sei volte al giorno, una visita di controllo medico ogni settimana per aggiornare il dosaggio delle medicine, il tutto diretto con competenza da una direttrice-caposala.

Mia madre aveva una buona pensione ma io dovetti aggiungere una discreta somma per coprire la retta mensile, più il conguaglio a fine anno.

Tutte le settimane le portavo un dolce e la sua rivista preferita, dovetti interrompere questa consuetudine perché la golosità che l’aveva accompagnata tutta la vita era scomparsa, come tutti gli altri suoi interessi e il settimanale veniva abbandonato senza uno sguardo.

All’inizio speravo di vedere un barlume di interesse, un piccolo guizzo di partecipazione, col tempo mi arresi all’evidenza che la donna che avevo conosciuto, era diventata un guscio vuoto.

Quando si addormentò per non svegliarsi più, non provai dolore ma un grande rimpianto per quello che sarebbero potuti essere i suoi ultimi anni di vita, la gioia che poteva ancora donare e ricevere, il piacere di trascorrere giorni tranquilli ma felici.


Ho alcuni sogni da realizzare, luoghi da visitare, innumerevoli progetti da finire.

Non ho paura degli anni che mi scivolano fra le dita, ma temo la decadenza fisica e mentale della vecchiaia e temo di non avere abbastanza tempo per portare a termine quello che desidero.

Quando esterno questi miei timori, i miei sorridono; tutti rifiutano di considerare il pericolo che in fondo aleggia su tutti noi: il morbo di Alzheimer (20 milioni solo negli USA in rapida crescita). Le aspettative di vita si sono allungate significativamente ma fintanto che un tale rischio continua a crescere, chi può accettare di perdere quanto faticosamente acquisito con l’intelletto, durante tutta una vita?


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