• Libra Adri

Donne senza diritti


Sarebbe troppo complesso scrivere della donna musulmana generalizzando.

Bisogna subito sottolineare che il mondo musulmano è variegato da culture diverse in quanto la diffusione della religione islamica ha raggiunto le più diverse parti del mondo. Vi sono popolazioni a maggioranza musulmana in Cina, in Russia, nel sud-est asiatico, in Medio Oriente, in Africa, persino in Europa, per la precisione in Albania.

Se le armate dell’impero Ottomano, arrivate alle porte di Vienna, il 12 settembre 1683 non fossero state sconfitte e costrette a ritirarsi, da una coalizione di eserciti europei, oggi in buona parte dell’Europa si vedrebbero minareti e non campanili.

Il Corano è difficile da interpretare e questo favorisce la nascita di diverse correnti di pensiero e alcuni versi del Corano vengono interpretati a proprio uso e consumo. Da questo, la posizione della donna varia da paese a paese a seconda della condizione sociale e dell’ambiente in cui essa vive. In molti di questi paesi, la donna comunque ha scarso valore umano. Per un occidentale è molto complesso comprendere il valore assegnato alla donna islamica nella sua società, quindi da parte mia mi limiterò a riportare quello che ho osservato ed appreso durante la mia permanenza in paesi musulmani.


A diversità di culture ed usanze, esiste un solo filo conduttore che unisce tante diverse popolazioni: l’uomo è l’indiscusso padrone, fra le mura domestiche la sua parola è legge e con questi presupposti nessun uomo ha interesse a cambiare lo status quo.

Mentre molte giovani si limitano a vestire un fantasioso velo, magari su jeans attillati e le donne sposate e di ceto più elevato si sbizzarriscono abbinando i colori del vestito col velo e ingentiliscono quest’ultimo con spilloni e drappeggi ma per quanto si sforzino, il loro abbigliamento è composto da un camicione a maniche lunghe, lungo sino ai piedi ed un fazzolettone che copre il capo e contorna il viso.

Nel caso dell’Indonesia, le giovani donne che vivono nelle grandi città, sono spigliate e moderne, guidano con destrezza il motorino, il più diffuso mezzo di locomozione. Vestono all’occidentale e mostrano volentieri lunghi capelli sciolti e le loro silhouette snelle ed armoniose, poche le differenze con le ragazze europee se non per l’istruzione che in Indonesia è carente, non per mancanza di volontà ma per l’inadeguatezza dell’insegnamento.

Il discorso cambia quasi radicalmente non appena si esce dalle grandi città.


Le donne non prendono minimamente in considerazione la possibilità di rimanere nubili per essere libere di gestire la propria vita, a 18/20 anni sono già sposate ed in attesa del primo figlio, a volte del secondo, l’uomo si affretta a dimostrare la propria mascolinità mettendo incinta la moglie.

Poco prima del matrimonio la donna abbandona i pantaloni attillati e le vezzose camicette per vestire i panni tradizionali ed il velo, molto presto mi resi conto che portare il velo, piuttosto che una convinzione religiosa, era una sottomissione che le ragazze accettano per non essere criticate, per il quieto vivere non per libera scelta.

Nei ceti medio-bassi infatti la ragazza senza velo é vessata e molto criticata e molte scelgono di coprirsi i capelli per evitare le malelingue e i commenti offensivi per strada.

Negli ultimi anni ho constatato con tristezza che sono aumentate le ragazze che indossano il velo, soprattutto quelle col velo integrale.


Le donne indonesiane sono fortunate rispetto a quelle di altre paesi, possono studiare, frequentare l’università, intraprendere la professione che preferiscono, entrare in polizia con mansioni burocratiche, lavorare nell’apparato statale, negli uffici, scuole, ospedali. In altri paesi invece è proprio il lavoro della donna e il suo diritto all’istruzione che vengono attualmente denunciati ed ostacolati dai partiti dell’area fondamentalista e dai gruppi integralisti.

Di recente ho letto su di un quotidiano locale che gli imam di Sumatra pretendevano che l’ammissione delle ragazze alle scuole superiori fosse condizionata alla loro verginità. Essi vorrebbero un ritorno della donna alla sfera della segregazione domestica, una sua esclusione da tutti i luoghi pubblici e lavorativi. In Sudan invece, molti padri vendono le figlie femmine, poco più che bambine, per pagare gli studi dei figli maschi.

In Indonesia raramente la famiglia forza la figlia ad un matrimonio non gradito, come avviene in Pakistan ed in altre comunità e i giovani usano la collaudata fujtina quando vogliono costringere le famiglie ad accettare la loro scelta; quando tornano a casa, si sposano con la benedizione delle famiglie e con un considerevole risparmio nelle spese per il matrimonio. Consuetudine vuole che, al contrario degli indiani, il futuro marito paghi una dote alla famiglia della sposa per risarcirla di una “forza lavoro” persa col matrimonio della ragazza.

Questa è la parte “facile” della società indonesiana, la parte decisamente sgradevole comincia quando si indaga sui diritti delle donne nel matrimonio.

Gli uomini, anche i più moderati, desiderano che le loro donne vestano con modestia (niente scollature), coprano i capelli in pubblico, mantengano sempre un comportamento composto e riservato….. dopo tanti anni vissuti in un paese musulmano ho fatto l’abitudine a certe usanze, non mi sorprendo più di fronte a certe abitudini, non vedo nulla di esagerato a voler rispettare comportamenti dettati dalle tradizioni, ma considererei più accettabili questi limiti alla libertà, se la donna musulmana avesse gli stessi diritti dell’uomo, nello studio, nel lavoro, nel matrimonio.

Oggi i maschi musulmani sono i padroni assoluti delle loro donne; ne possono disporre come credono e se non sono soddisfatti della moglie, la riconducono dai suoi genitori e la ripudiano, anche se la moglie è già incinta; questo accade spesso quando il giovane è stato costretto al matrimonio “riparatore” dalla famiglia della sposa; salvata la reputazione della ragazza, il marito la ripudia e sebbene detenga la podestà sul figlio, non ha l’obbligo legale, né sente quello morale di provvedere al suo mantenimento.

Per quanto riguarda il divorzio, i modernisti affermano che può avvenire per volere del marito o della donna ma nella pratica, il secondo caso è quasi impossibile, di conseguenza la donna non può divorziare se il marito non è d’accordo.

La legge islamica ha preceduto tutte le altre legislazioni, proclamando l’uguaglianza della donna e dell’uomo, ha stabilito la libertà ed indipendenza della donna, le ha accordato gli stessi diritti dell’uomo, nelle questioni di eredità le donne hanno diritto ad una suddivisione equa dell’eredità, nella realtà le donne ricevono quello che gli uomini della famiglia vogliono concedere loro.



Le regole diffuse da Maometto nel VI secolo d.C. erano adeguate agli uomini a cui si rivolgeva: beduini del deserto, pagani e selvaggi, ma era anche oltremodo moderno per l’epoca ed innovativo rispetto alla legislazione cristiana riguardante le donne.

Purtroppo le parole del Profeta sono state interpretate e manipolate da opportunismi, da egoismi maschilisti e da personali preferenze.

Le costrizioni rivolte alle donne erano pensate per difenderle da gente primitiva e bestiale che le violentava per sfregio o vendetta e gli uomini per proteggerle, trovarono la soluzione di coprirle dalla testa ai piedi per nasconderne le fattezze.

La condizione femminile nell’Islam non si è evoluta ed è rimasta invariata per 14 secoli, la donna continua ad essere “protetta” a parole ma gli uomini che la oltraggiano non vengono puniti.

In molti paesi come l’Afganistan, vige ancora la legge che la donna stuprata debba sposare il suo aguzzino, in questo modo il reato commesso decade e l’uomo rimane impunito, se la vittima rifiuta il matrimonio, viene imprigionata per lunghi anni; una legge, questa contraria al buon senso ed alla giustizia di qualsiasi parte del mondo e contraria alla parola di Maometto.

Le arretrate tradizioni tribali e culturali, colpevoli per questa mentalità, sono la causa dell’arretratezza femminile, l’Islam invece, assicura alle donne il massimo rispetto e la legge coranica non impone l’uso del velo, né afferma l’obbligo di rimanere in casa.


Sebbene i musulmani moderati si scaglino contro quelli che hanno “distorto” l’eredità di Maometto, temo che sarà molto difficile cambiare la mentalità degli uomini che si nascondono dietro ad un credo religioso giustificato solo da una convenienza personale, il cambiamento per loro non è accettabile, avendo tutto da perdere e nulla da guadagnare….

Ripongo le mie speranze nei giovani, quelli che oggi stanno dimostrando nelle piazze del Medio Oriente per ottenere un Islam al passo coi tempi, ma rimane improbabile che giovani mussulmani rischino la loro libertà o la vita per difendere i diritti delle donne.


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