• Libra Adri

Cervelli in fuga….. ma fatemi il piacere!


Si parla sempre più spesso di giovani italiani che espatriano in cerca di un lavoro negli US, in GranBretagna, in Germania, in Francia.

Non sono i migranti di una volta per sopravvivere e sfuggire alla disoccupazione, sono giovani che partono pieni di speranze, preparazione, conoscenze ed una Laurea in tasca.

Una Laurea che è costata anni di sacrifici e di fatica per seguire un pesante programma di studi, un tempo si affermava con orgoglio che una Laurea italiana insieme con un dottorato americano fosse il massimo della preparazione scientifica per un promettente ricercatore, ho visto tanti ragazzi partire con gli occhi che brillavano di aspettative e di tristezza insieme. Fra loro c’era anche mio figlio.

Oggi mio figlio è uno di quei pochi fortunati che possono dire di essere riusciti a realizzare i loro sogni, nel suo campo di ricerche è conosciuto ed anche famoso, ma quanti sacrifici, rinunce, sono state necessarie per arrivare a questo.

Subito dopo la Laurea, espresse il desiderio di continuare a studiare per conseguire il dottorato -una seconda laurea di specializzazione- naturalmente fummo felici di aiutarlo ma… da quel momento iniziarono le delusioni.

Le cose non devono essere cambiate molto ma all’epoca, studiare per il dottorato in una università italiana, significava fare il factotum, il portaborse, il supplente del professore che ricopriva la funzione di tutor.

Mentre il professore era in viaggio per le sue lucrose conferenze e consulenze, il dottorando lo sostituiva al momento degli esami, correggeva le prove scritte, riceveva gli studenti, in una parola esercitava la professione di “professore” senza averne i titoli e lo stipendio; inoltre sebbene scrivesse buona parte degli articoli che il professore avrebbe completato e firmato, il suo nome non appariva, neppure nei ringraziamenti e nel mondo accademico se non pubblichi i tuoi lavori, nessuno conosce te ed il tuo lavoro, precludendo la possibilità di ottenere finanziamenti per la ricerca, una situazione frustrante per un giovane laureato, carico di una notevole mole di lavoro, con pochi soldi in tasca, pochissimo tempo per la sua vita privata…. e gabbato nelle sue aspirazioni.

Il contributo dello Stato ammontava all’epoca all’equivalente di quattrocento euro mensili, il che significava che un laureato italiano per conseguire il dottorato, non avendo il tempo di lavorare, doveva avere una rendita o una famiglia che lo mantenesse.

Dopo un anno di questa vita, mio figlio seppe di una borsa di studio di mille dollari mensili, offerta da una importante università negli Stati Uniti, mandò il suo curriculum, superò l’esame di lingua inglese, fu selezionato e decise di partire.


Non sapeva quello che avrebbe trovato, faceva affidamento sui mille dollari che gli avrebbero dato la possibilità di vivere, solo uno paio di scalini al di sopra della soglia di povertà, secondo gli standard di vita americana, ma era altresì consapevole che avrebbe seguito per quattro anni corsi universitari che gli avrebbero permesso di ottenere un PhD prestigioso.

Mio marito ed io lo accompagnammo all’aeroporto, avevamo chiuso con difficoltà il suo bagaglio tanto era stipato di oggetti che erano i testimoni silenziosi della sua vita, dei suoi ricordi.

Ci stampammo un sorriso sul viso e lo guardammo partire facendoci coraggio l’un l’altra, senza parlare. Sapevamo che non lo avremmo rivisto per lungo tempo e questa consapevolezza mi stringeva la gola, non volevo che mi vedesse piangere, non avrebbe mitigato il mio dolore e lo avrei inutilmente rattristato.

Nonostante la nostalgia sapevo che il suo andare in America era un viaggio senza ritorno, non perché in USA si viva meglio che nella propria terra ma perché dopo due o tre anni trascorsi in quella nazione ci si abitua ad una efficienza che non esiste altrove, a servizi che arrivano puntuali, alla possibilità di essere assunto, fresco di laurea, in una università senza essere costretto ad una lunga ed avvilente gavetta o presso l’industria che cerca sempre di accaparrarsi giovani di talento.

Difficile che qualcuno torni in un paese come l’Italia dove ogni cosa viene lasciata all’iniziativa di pochi volenterosi, con pochi soldi e scarsi mezzi, dove meritocrazia è una parola che pochi sanno compitare ma soprattutto non torni sapendo che non esiste la possibilità di fare ricerca nel campo per cui hai studiato e lavorato duramente per dieci lunghi anni.

Nostro figlio sarebbe tornato in Italia sporadicamente e solo per brevi soggiorni, i legami si sarebbero allentati, gli amici sarebbero andati per la loro strada, saremmo rimasti solo noi genitori a cercare di tenere saldo un legame che, nonostante l’affetto, si sarebbe assottigliato anno dopo anno.


Trascorsero quattro anni di sacrifici, di orari pazzeschi, di studio e di impegno, ma quando andammo negli Stati Uniti, il giorno della consegna del PhD, mi scoppiava il cuore di orgoglio nel vedere quel giovane uomo salutato dai suoi professori da pari a pari, con in tasca tre offerte di lavoro fra cui scegliere. Mai più come in quel momento fui felice di aver incoraggiato mio figlio a partire, a seguire la sua strada in un paese tanto lontano, invece di trattenerlo egoisticamente.

Ogni volta che sento parlare o leggo di “cervelli in fuga” mi assale la tristezza, ma anche una grande rabbia, penso a mio figlio che avrebbe preferito rimanere in Italia, con la famiglia, gli amici e tutto ciò che di buono la nostra terra riesce ancora a darci. Vorrebbero rimanere questi ragazzi ma hanno un sogno da realizzare, per ambizione ma anche per la consapevolezza di possedere le capacità per attuarlo.

Non sono cervelli in fuga, sono giovani di talento costretti a lasciarsi tutto dietro le spalle, perché nessuno offre loro la possibilità di dimostrare quanto valgono.

Un patrimonio che l’Italia sperpera ma che altri sono ben felici di accaparrarsi.


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