• Libra Adri

C’era un volta….

Continua “Sognando Bali”



…Una settimana delle mie ferie è già trascorsa, ho visitato diligentemente tutti i luoghi di interesse che la Lonely Planet mi suggeriva, scattato centinaia di foto su cui poi ricordare e sognare una volta tornata a casa, adesso non so davvero dove andare, provo a chiedere al mio amico Martak, che è una guida di professione, di condurmi in posti interessanti, seguendo itinerari fuori dal circuito turistico.

La mia richiesta lo soddisfa, in quanto stufo di compiere sempre gli stessi itinerari per turisti che compiono il tour quasi come un dovere, per poi dimostrare, foto alla mano, di essere stati ovunque, di aver visto tutto ma non sono veramente interessati a “conoscere una cultura”.



Il mattino presto, in modo da evitare la ore più calde, Martak decide di portarmi in una bottega artigiana dove alcuni ragazzi di talento, sotto la guida di un maestro imparano il difficile mestiere dello scultore. Il maestro ci fa da guida, ci illustra le varie fasi della lavorazione, non vedo che scalpelli di varie fogge e misure, punteruoli e martelli di legno, nessuna attrezzatura moderna, nessun apparecchio elettrico per facilitare il lavoro di questi ragazzi e sotto i miei occhi vedo il pezzo di legno prendere forma.  I più bravi in pochi anni saranno degli artisti, mentre gli altri potranno diventare dei rispettati artigiani; il maestro si considera fortunato perché in quel corso vi sono un paio di ragazzi con ottime doti e ben spera per il loro futuro.


Si è fatta ora di pranzo, andiamo a mangiare in un piccolo ristorante, arredato con  due tavoli e quattro panche, una simpatica signora ci fa accomodare e ci dice di aspettare. Dopo circa venti minuti ci porta un piatto di pollo fritto, piccante ma non troppo, accompagnato da verdure e riso, la fame è il miglior “condimento” ma quello è il miglior pollo che io abbia mangiato in Indonesia in tutti gli anni a venire.

Finito di mangiare, Martak mi lascia alla homestay, ha altri impegni per il pomeriggio ed io ne approfitto per girare per Ubud e guardarmi intorno.

Giro fra i banchi del mercato, entro nei piccoli negozi, sono alla ricerca di un paio di pantaloni di cotone, finalmente lo trovo, contratto con la sorridente proprietaria ma non c’è verso di ottenere un po’ di sconto dal prezzo che mi ha chiesto. Rinuncio all’acquisto soprattutto perché sono contrariata, non esistono prezzi fissi in Indonesia, tutto può essere contrattato. La sera ne parlo con la padrona di casa, quel giorno sono fortunata, ricevo la mia prima lezione di vita pratica a Bali.

Mi spiega che se si vuole ottenere un buon prezzo su qualsiasi articolo, bisogna andare a fare spese il mattino presto, appena apre il negozio, la venditrice non ti manderà via scontenta, è credenza radicata che se si inizia con una onesta vendita, la giornata continuerà sotto l’insegna della fortuna.




Il giorno seguente, libero da impegni nel pomeriggio, con Martak partiamo per Tanah Lot. Questo è un tempio di grande importanza per i balinesi, sorge su un isolotto roccioso unito alla terra da una striscia di sabbia ma durante l’alta marea rimane isolato, posso scorgere delle composizioni di fiori sugli altari, alte bandiere sventolano al vento, di avvicinarsi ed entrare non se ne parla, l’ingresso è riservato solo ai sacerdoti.


Mi accontento di ammirarlo da lontano dalla strada costiera e risaie a perdita d’occhio, intorno a me solo campi di erbe selvatiche nella fascia di terreno tra la strada ed il mare, le onde si frangono spumeggiando sulle rocce.


Mi si avvicinano due bambine, vogliono vendermi alcune graziose collanine; non sono interessata alle collane ma ho piacere di accontentare queste due bimbe che mi guardano fiduciose, sto per mettere mano al borsellino, quando Martak quasi bruscamente, per il modo di comportarsi dei balinesi, le allontana.

Lo guardo stupita, lui capisce la mia meraviglia e quel giorno ricevo la mia seconda lezione sui balinesi ed il comportamento che deve tenere un turista, per non intromettersi nella vita dei locali e distruggere il loro tessuto sociale.

” per quanto poco tu possa pagare queste cianfrusaglie, per  questi bambini sarà sempre una cifra enorme, si abitueranno ad un guadagno facile senza aver lavorato e quando si renderanno conto che, con il loro modo di fare, alla fine della giornata avranno guadagnato più della loro madre che scarica sabbia per le costruzioni o del loro padre che zappa nella risaia tutto il giorno, non vorranno più impegnarsi ad imparare un mestiere e col tempo non si fermeranno davanti a nulla pur di avere il danaro che desiderano.”

Le parole di Martak mi paiono dure, ma rispetto la sua opinione, per non offenderlo rimetto in tasca i soldi, mi trattengo ancora un attimo per ammirare il tramonto sul mare, quindi lo seguo in macchina per tornare al mio alloggio. Quelle parole, quel concetto l’ho sentito poi più e più volte ma non c’è un “Martak” dietro ad ogni turista che invece vanifica tale sforzo.


I padroni di casa ci aspettano per darci il loro benvenuto, attraversata la soglia di casa, aggiriamo il muro che ostacola l’ingresso agli spiriti cattivi e ci troviamo  in un ampio complesso. Nel cortile si affacciano varie costruzioni, come consuetudine vicino all’entrata vi è un altare per le offerte agli spiriti benigni.

Un tempo a Bali, come nella nostra società fino al secolo scorso, varie generazioni di una famiglia vivevano nella stessa abitazione. Nel complesso abitativo c’è la casa degli anziani, quella della generazione di mezzo in cui dormono con i figli piccoli, una volta arrivate alla pubertà le figlie condividono la casa dei genitori e i figli maschi alloggiano in un’altra. Una casa è adibita per ricevere ospiti o per le riunioni importanti.

Nella parte adibita ai servizi  vi è la cucina, molto semplice ed essenziale, per cucinare posano la pentola su quattro sassi ed accendono il fuoco oppure hanno un “compor”, un fornello a petrolio, accanto vi è il pozzo e nell’angolo più nascosto del cortile vi era la latrina, non vi era la fossa biologica per cui dopo essersi “liberati” si chiama il cane di casa che non manca mai in una casa balinese e…… oggi le cose sono cambiate, sono state costruiti gabinetti e per lavarsi vi è un ambiente in cui si trova un grande recipiente pieno di acqua e dopo essersi insaponati, ci si sciacqua usando una ciotola, l’acqua naturalmente è a temperatura ambiente.

I nostri ospiti ci offrono un piccolo rinfresco ed il capo famiglia comincia a raccontarmi spigolatura di vita balinese.

Nella tradizione balinese esistono solo quattro nomi: Wayan che viene dato al primogenito, Made al secondo figlio, Nyoman al terzo e Ketut al quarto, se ci sono altri figli si ricomincia daccapo, non importa se sono maschi o femmine.

Subito dopo la nascita di un bambino gli amici del neo padre raccolgono la placenta e la seppelliscono con un rito propiziatorio e tutte le notti per quaranta notti, vegliano col neo-padre sul luogo della sepoltura, gli fanno compagnia ma…. impediscono all’amico di “raggiungere” la moglie finchè non è trascorso questo periodo.

Non mi è stato detto se rimangono sempre svegli, comunque la tradizione viene rispettata. La morte di un famigliare è un altro momento importante all’interno di una famiglia. Tradizione vuole che il defunto venga cremato e le ceneri gettate in mare perché possano tornare nel luogo di origine dei Balinesi ma un funerale è un rito molto dispendioso, quindi in attesa della cremazione finale, si da una “sbruciacchiata” al defunto, lo si seppellisce e la famiglia comincia a mettere i soldi da parte per la cremazione, possono trascorrere anche alcuni anni ma quando quel giorno arriverà sarà una festa per tutta la famiglia, amici compresi.

Ho avuto la fortuna di visitare Bali quando, sebbene alcune loro abitudini e la loro mentalità stessero cambiando, seguendo il naturale evolversi di una società, la sua gente era ancora genuina, non si erano verificati danni al paesaggio ed alla intima natura dei suoi abitanti.


Negli anni che seguirono questa mia prima visita, molte cose sono mutate. Mi scuoto quasi da un sogno ad occhi aperti in cui tutti questi pensieri si sono riaffacciati alla mia mente ancora intatti come se appena vissuti e richiamati dal fatto di aver appena ricevuto una email: mio figlio sta arrivando ed il suo volo termina a Bali e desidera trascorrere qualche giorno nell’isola e rinverdire il suo ricordo prima di venire a casa nostra.



Mio marito ed io partiamo subito per incontrarlo ma durante il viaggio un pensiero mi folgora: “oddio dove lo porto!”


Passo in rassegna alcune località un tempo molto belle ma subito le scarto.

Tanah Lot è diventata una specie di “luna park”; bisogna pagare per entrare e dove prima c’era una strada che costeggiava la costa e dall’altro lato campi di riso, ora ci sono svariate centinaia di negozi che vendono paccottiglia e magliette, decine di piccoli locali per bere una bibita e ristoranti, moltissimi vendono solo souvenirs e cose inutili.

Per andare a Kintamani vedere il vulcano ed il lago Batur ed i templi, bisogna mettersi in fila dietro decine di pulmann pieni di turisti.


Posso immaginare lo sguardo di mio figlio se lo conducessi a Kuta. Il traffico è spaventoso, non ci sono parcheggi, hanno costruito un Water Boom Park, non mancano le polpette di Mc Donald o il pollo di KFC, negozi di tutti i generi per la gioia di chi pensa di risparmiare, cambiavalute, alberghi per tutte le “tasche”.

Il piccolo villaggio di pescatori é stato trasformato in una cittadina del peggior turismo che si possa immaginare. 



Trovo ancora incomprensibile perché tante persone spendano soldi, tempo ed energie per arrivare in una località scadente in cui si mangia male, si viene trattati come merce e non é poi così economica come tanti giovani sperano. È vero che la maggior parte di questi giovani sono australiani e nel loro paese, anche se il mare è molto bello ci sono i pescecani e nei fiumi i coccodrilli sono numerosi….. ma gli italiani non hanno scuse. Forse sperano di trovare l’esotico….. mentre il meglio è sotto casa.

Ad Ubud si trovano alberghi sfacciatamente costosi, tutte le “firme” più importanti della moda hanno aperto qui negozi di lusso, ristoranti carissimi, gioiellerie, c’è di tutto ma l’atmosfera incantata che avevo trovato io, giovane ragazza alla sua prima vera uscita all’estero, è scomparsa.

I famosi balletti che qui si potevano ammirare, sono diventati uno spettacolo commerciale, non c’è stato un ricambio generazionale nelle ballerine ed attempate ed un po’ goffe signore calcano le scene. ..forse sono, dopotutto, proprio le stesse bambine che vidi io esibirsi nel mio primo viaggio a Bali..



Il “pasar” di Ubud è diventato una trappola per turisti, merci scadenti, dozzinali ed assurdamente costose. In seguito facendo qualche calcolo ho scoperto che i prezzi erano equiparati a quelli europei.

Mio figlio rimarrà deluso ma Bali rimane una splendida isola, nonostante gli sconvolgimenti apportati dal turismo. La mia è solo l’esternazione di un dolore per la perdita di qualcosa di unico ed insostituibile che doveva essere preservato per le future generazioni.



Il cambiamento avvenuto coinvolge l’ambiente, ma risiede soprattutto nei balinesi che hanno distrutto una magia, un incanto che tante persone come me avevano amato e conservato nel cuore come un ricordo prezioso.

Dopo il mio trasferimento in Indonesia, ogni volta che torno a Bali, provo un sentimento di odio-amore, i giovani di oggi non potranno mai capire di quanta bellezza sono stati defraudati.

A chi mi dice che non si può fermare il progresso, io rispondo che costruire una vita migliore per se stessi e per i propri figli è sempre possibile ma non giustifica la distruzione di una cultura che affondava le proprie radici nella ricerca dell’armonia fra le persone e la natura.

L’unica cosa che è rimasta immutata è la bellezza dei bambini. Allegri, felici, si accontentavano di giochi semplici. Oggi la loro bellezza mi sembra offuscata da un velo di tristezza e non sono più gli snelli ma ben nutriti bambini di una volta, li ho trovati un poco cicciottelli. Invece di un frutto come un mangga od una banana, mangiano dolci e patatine….. e oggi quando il mattino si avviano verso la scuola, non portano le scarpe in mano ma le indossano già uscendo di casa…. e sono delle costose Nike.


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